Ci sono politici che organizzano conferenze stampa. E poi c’è Clemente Mastella, che da mezzo secolo organizza rappresentazioni.
La differenza è sostanziale. Nella prima si raccontano i fatti; nella seconda si costruisce il racconto dei fatti. Ed è questa la distanza che separa il semplice amministratore dal politico di razza, quello che conosce il valore della parola, della pausa, dell’allusione e perfino della battuta pronunciata con l’aria di chi sta scherzando mentre, in realtà, sta già spostando il baricentro della discussione.
La conferenza convocata per celebrare la riconferma di Nino Lombardi alla presidenza della Provincia di Benevento avrebbe dovuto essere la consacrazione di una vittoria amministrativa. È diventata, invece, una riflessione sul futuro del centrosinistra, del campo largo, del Partito Democratico e, inevitabilmente, dello stesso Mastella.
Succede sempre così quando entra in scena uno degli ultimi interpreti della Prima Repubblica ancora capace di muoversi con disinvoltura nel teatro della Seconda e della Terza.
Gli altri amministrano il presente; lui continua a ragionare sul tempo lungo della politica, quello che non si misura in una legislatura ma nella capacità di restare indispensabili anche quando tutti ti considerano superato.
Le sue parole sul Partito Democratico, sui rapporti tra gli alleati e sulla necessità di un chiarimento politico che dovrebbe arrivare fino alla segreteria nazionale di Elly Schlein non erano semplici frecciate. Erano il promemoria, forse persino severo, che senza cultura delle alleanze il cosiddetto campo largo rischia di diventare un campo minato, dove ciascuno procede in ordine sparso fino a inciampare nella propria autosufficienza.
Poi è arrivato il momento che soltanto un consumato uomo di teatro avrebbe saputo costruire.
“Mi ricandido.” La frase cade nella sala con il peso della semplicità. “A consigliere comunale di Benevento.” Qualcuno tira un sospiro. “Ma non è detto che non possa candidarmi anche a sindaco della mia Ceppaloni.”
Ed ecco che la commedia si trasforma in Scarpetta.
Non per leggerezza, ma per quella raffinata arte del doppio senso che lascia gli spettatori sospesi tra la risata e il dubbio. Perché con Mastella la domanda non è mai se stia scherzando. La domanda è quanto ci sia di serio dentro lo scherzo.
La politica, in fondo, è anche questo: una disciplina nella quale il non detto pesa spesso più del detto e una provocazione ben calibrata vale più di dieci comunicati stampa.
La risposta del sindaco Claudio Cataudo è arrivata quasi subito, con parole che tradivano più il fastidio che l’ironia.
“Nel corso degli anni i cittadini lo hanno mandato a casa più volte.” Poi la conclusione. “Una candidatura non è uno sfizio né vanità ma assunzione di responsabilità.”
È la replica di chi prende sul serio un copione che forse nasceva proprio per essere interpretato diversamente.
Perché chi conosce Mastella sa che il suo registro preferito non è la polemica, ma la provocazione colta. È il gusto antico del politico che usa l’ironia come altri usano le mozioni. Lancia un sasso nello stagno e osserva quali onde si propagano. Se qualcuno reagisce con nervosismo, significa che il bersaglio era stato individuato con precisione.
Del resto, i grandi animali politici possiedono una qualità che sfugge ai professionisti della comunicazione contemporanea: non rincorrono il ciclo della notizia, lo producono.
Così, mentre la cronaca avrebbe dovuto raccontare la rielezione di Lombardi, l’attenzione si è naturalmente spostata su Mastella, sulle sue intenzioni, sulle sue allusioni, sulle sue prossime mosse. Ancora una volta il regista è riuscito a far dimenticare il titolo della rappresentazione, imponendo il proprio.
Ed è forse questo l’aspetto più curioso della vicenda.
Da oltre trent’anni, a intervalli regolari, qualcuno annuncia il tramonto politico di Clemente Mastella. È una liturgia che si ripete con la puntualità delle stagioni. Eppure, quando il sipario sembra definitivamente calato, eccolo ricomparire da una quinta, con una battuta, una candidatura, una provocazione o un’intuizione capace di riportarlo al centro della scena.
Giovedì sarà a Roma per discutere del futuro di Noi di Centro.
C’è chi considera questo appuntamento un semplice incontro politico. Sarebbe un errore di prospettiva. Per Mastella il futuro non è mai soltanto ciò che accadrà domani. È la capacità di convincere gli altri che domani non possa essere immaginato senza di lui.
È questo, in fondo, il privilegio dei veri protagonisti della politica. Non occupano semplicemente il palcoscenico. Lo trasformano.
E mentre gli altri continuano a discutere se quella su Ceppaloni fosse una boutade o una dichiarazione d’intenti, lui è già altrove, intento a scrivere la scena successiva.
Gli attori recitano il copione.
I protagonisti lo riscrivono mentre gli altri stanno ancora cercando di interpretarlo.
Clemente Mastella appartiene ostinatamente a questa seconda categoria.
A cura di Maurizio Varriano.



