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TAVOLA CULTURA Il giorno in cui la tavola divenne cultura

“E venne il giorno in cui la tavola si fece altare, il vino divenne racconto e gli uomini e le donne del gusto si ritrovarono, ancora una volta, per riconoscersi parte di una stessa famiglia”

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
28 Settembre 2026
Attualità //

“E venne il giorno in cui la tavola si fece altare, il vino divenne racconto e gli uomini e le donne del gusto si ritrovarono, ancora una volta, per riconoscersi parte di una stessa famiglia”.

Accadde a Rimini, terra sospesa tra il mare e la memoria, città capace di custodire il respiro della storia e, nello stesso tempo, di guardare ostinatamente al futuro. Accadde là dove la Bella Vita ha avuto il suo teatro, tra le ombre luminose di personaggi che hanno fatto grande il cinema e l’immaginario italiano.

Accadde al Grand Hotel

luogo che porta ancora negli angoli, nei saloni e nelle atmosfere quella magia che Federico Fellini seppe trasformare in eternità.

Quasi cento Gourmets, giunti da ogni parte della penisola, hanno attraversato quelle sale come si attraversa un tempio. Non semplicemente per celebrare un rito, ma per rinnovare una promessa.

La promessa che la cultura della tavola non sia soltanto il piacere del cibo, la sapienza di una ricetta, la perfezione di un piatto. È molto di più.

È memoria. È territorio. È storia. È identità. È conoscenza. È la capacità, antica quanto l’uomo, di sedersi intorno a una tavola e riconoscersi comunità.

La Confederation Europeenne dei Gourmets si ritrova proprio in questa missione:

custodire il patrimonio della cultura gastronomica, certo, ma soprattutto trasformarlo in uno strumento di conoscenza, di incontro e di elevazione. Perché il gusto, quando è autentico, non si ferma al palato. Sale alla mente, attraversa la memoria e arriva all’anima.

E così, nella solennità dell’intronizzazione, oltre venti nuovi soci sono entrati a far parte di questa grande famiglia. Tra loro, anche chi scrive, chiamato a condividere non soltanto un’onorificenza, ma una responsabilità: quella di raccontare, attraverso la parola, un universo nel quale cultura e convivialità continuano a camminare insieme.

I Consoli e i delegati, avvolti nei loro abiti di gala e nei collari che ne testimoniano il ruolo, hanno dato forma a un rito antico e contemporaneo insieme. Una processione composta, quasi fuori dal tempo, nella quale ogni gesto sembrava pronunciare una parola: appartenenza.

Ma sotto quella solennità, quasi fosse un segreto custodito dalle mura del Grand Hotel, si respirava qualcosa di ancora più importante.

Il futuro.

Perché, tra i volti della Confederazione, non c’erano soltanto coloro che nel tempo ne hanno costruito la storia: il presidente Pier Ugo Verduri, il vice Giampaolo Marinelli, Monia Radini Tedeschi, Console del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, Lauretta Prata, tesoriera della Confederazione, la Console di Romagna Albarosa Zoffoli, Vincenzo De Giorgio, segretario territoriale del Consolato di Romagna, Ivanna Barbieri, la giornalista Elsa Mazzolini e il pluripremiato e indiscusso protagonista Antonio Bedini.

C’erano anche tantissimi giovani, ragazzi e ragazze come Medi Bixhaku, Dunia, Elena, Alessandra e Carolina: giovani chef, giovani professionisti, giovani interpreti di una cucina che non rinnega le proprie radici, ma non ha paura di cercare nuove strade.

Ed è forse questa la pagina più bella scritta a Rimini.

Il passaggio generazionale non è una porta che si chiude. È una fiaccola che cambia mano.

I maestri consegnano ai giovani il fuoco della memoria, e i giovani hanno il compito di impedire che quel fuoco diventi cenere. Lo prendono, lo alimentano, lo portano altrove. Lo trasformano in tecnica, creatività, coraggio. E così la tradizione smette di essere un museo e torna ad essere una creatura viva.

Nei loro gesti, nei loro piatti, nelle loro idee, c’è una generazione che sembra aver compreso una verità semplice e immensa: innovare non significa dimenticare.

Significa conoscere così bene le proprie radici da poter allungare i rami verso il cielo.

Questi giovanissimi chef sono dunque i nuovi narratori di un’Italia che ancora possiede un patrimonio straordinario e che ha bisogno di essere raccontato, difeso, studiato e, soprattutto, tramandato. Non soltanto attraverso le ricette, ma attraverso il paesaggio che le ha generate, i contadini che hanno custodito le materie prime, le famiglie che hanno tramandato gesti, le città che hanno costruito civiltà intorno al cibo.

È qui che la missione della Confederazione acquista il suo significato più profondo.

Non essere semplicemente custodi del gusto, ma custodi di una civiltà.

E forse, per un giorno, Rimini è sembrata davvero una piccola Gerusalemme del gusto: il mare davanti, la memoria alle spalle, e una comunità raccolta intorno a una tavola invisibile, apparecchiata non soltanto con bicchieri e piatti, ma con storie, conoscenze, passioni e sogni.

Fuori, la Romagna continuava a vivere con la sua energia, con quella capacità quasi naturale di accogliere, sorridere, celebrare.

Dentro il Grand Hotel, invece, il tempo sembrava essersi fermato.

I collari, gli abiti di gala, le parole dell’intronizzazione, i nuovi soci, gli chef, i Consoli, i delegati: tutto contribuiva a costruire una scena quasi felliniana, dove la realtà, per qualche ora, ha avuto il privilegio di diventare sogno.

E nel sogno c’era una certezza.

Che finché esisteranno uomini e donne capaci di riconoscere nella tavola una forma alta di cultura, finché ci saranno giovani cuochi disposti a raccogliere la fiaccola dei maestri, finché una comunità saprà incontrarsi non per celebrare se stessa ma per trasmettere conoscenza, allora quella storia non avrà fine.

Perché ogni intronizzazione è, in fondo, una nascita. Nasce un nuovo appartenente alla famiglia.

Nasce una nuova responsabilità. Nasce un nuovo racconto.

E a Rimini, in quel Grand Hotel che Fellini avrebbe certamente amato trasformare in una pagina del suo cinema, la grande famiglia delle Gourmetes ha celebrato proprio questo: la continuità della memoria e, insieme, il coraggio del futuro.

Una tavola apparecchiata per il domani.

E il domani, questa volta, aveva il volto giovane di una nuova generazione.

A cura di Maurizio Varriano.

1 commento su "Il giorno in cui la tavola divenne cultura"

  1. LA SEGRETERIA TERRITORIALE DEL CONSOLATO ROMAGNA DELLA CONFEDERATION EUROPEENNE DES GIURMETS RINGRAZIA PER IL PREZIOSO ARTICOLO E LE BELLE PAROLE ESPRESSE. CORDIALI SALUTI
    Vincenzo De Giorgio Segretario Territoriale.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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