Da quel 26 settembre 1976, niente è stato più come prima. Eppure, nelle ore immediatamente successive all’esplosione della torre dello stabilimento ANIC di Manfredonia, che riversò nell’aria e sul terreno una quantità enorme di anidride arseniosa, non vi fu una percezione chiara di quello che stava realmente accadendo.
Un incidente, come la stessa etimologia del termine suggerisce, è qualcosa di eccezionale, ma tutto sommato transitorio. Nessuno poteva immaginare che quell’accadimento avrebbe provocato conseguenze ancora oggi non completamente definite e aperto ferite che, a mezzo secolo di distanza, non si sono ancora rimarginate.
Del resto, la sottovalutazione fu una costante nelle settimane e nei mesi successivi allo scoppio. La nube sprigionatasi dopo l’esplosione fu inizialmente presentata come vapore acqueo. L’ANIC sottostimò la quantità di arsenico dispersa nell’ambiente, parlando di circa 10 tonnellate, mentre secondo il Consiglio di fabbrica erano molte di più. I lavoratori vennero impiegati nelle operazioni di pulizia senza adeguate protezioni e senza essere stati informati della natura arsenicale della contaminazione. La mensa aziendale continuò inoltre a servire pasti preparati all’interno dello stabilimento fino al 29 settembre, tre giorni dopo l’esplosione.
Questa dicotomia tra quanti sostenevano le ragioni della fabbrica e della produzione e quanti, invece, ne mettevano sotto accusa i rischi ha scandito i successivi cinquant’anni, dividendo profondamente la comunità manfredoniana.
Quel che è certo è che l’incidente del 26 settembre 1976 provocò un brusco risveglio in quanti avevano creduto nella stagione dell’industrializzazione che in Capitanata si era avviata anche con l’insediamento del petrolchimico nel golfo sipontino.

La scelta dell’ANIC è legata a doppio filo a un’altra, amara, vicenda: la mobilitazione delle popolazioni del Subappennino Dauno che, qualche anno prima, erano scese in piazza per rivendicare che il prezioso gas naturale scoperto nel sottosuolo delle loro colline venisse utilizzato in loco, per sostenere processi di sviluppo industriale.
I giochi, in realtà, erano già cominciati da tempo. La decisione di insediare a Manfredonia un grande polo petrolchimico, destinato a utilizzare anche il metano del Subappennino, era maturata infatti alla metà degli anni Sessanta, dentro una complessa partita industriale che coinvolse, oltre l’ANIC, anche ENI e SNIA-Viscosa che ebbero, a diverso titolo e in momenti differenti, un ruolo nella nascita e nello sviluppo dello stabilimento.
Il 16 maggio 1969 la storica «Marcia dei trentamila» portò a Foggia le popolazioni del Subappennino, dopo le occupazioni dei pozzi di metano. Quella mobilitazione chiedeva che la ricchezza estratta dal territorio si trasformasse finalmente in lavoro e sviluppo per il territorio stesso.
È un paradosso quasi perfetto: nel 1969 l’industrializzazione era stata vissuta come una possibile occasione di riscatto; sette anni dopo, l’industria nata anche attorno a quella promessa produceva una catastrofe ambientale e sanitaria.
Per la verità, non erano mancate le polemiche già all’annuncio della costruzione dello stabilimento, con un investimento previsto di 30 miliardi di lire, un consumo annuo di circa 400 milioni di metri cubi di metano e una produzione di circa mille tonnellate al giorno di ammoniaca e urea.
Parte della popolazione sipontina non condivise quella scelta, per l’evidente impatto che l’industria avrebbe avuto su un ambiente fortemente vocato al turismo e alla pesca. Ma non si può negare che quella fabbrica aprì le porte a uno sviluppo industriale che diede lavoro, reddito e una prospettiva diversa a una popolazione che per decenni aveva conosciuto emigrazione e sottoccupazione.

È anche questa una chiave per comprendere perché la denuncia dei rischi ambientali e sanitari abbia incontrato tante difficoltà: mettere in discussione la fabbrica significava, per molte famiglie, mettere in discussione anche il proprio posto di lavoro.
A regime, il sistema industriale arrivò a coinvolgere circa 2.100 lavoratori: 1.500 direttamente occupati nello stabilimento e 600 nell’indotto.
Con l’esplosione del 1976 si aprì anche la tormentata vicenda del risanamento, non ancora conclusa, nonostante che da tempo l’ANIC, divenuta poi Enichem, avesse chiuso i battenti.
Lo stabilimento seguì le alterne vicende della chimica italiana, trovandosi a fare nuovamente i conti con le esigenze della tutela ambientale. La produzione venne progressivamente ampliata e riconvertita – oltre ad ammoniaca e urea, fertilizzanti e caprolattame – ma ciò non bastò a frenare la parabola discendente dell’ANIC, che cominciò a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta.
Nel 1988 cessò la produzione di caprolattame, dopo la crisi dei mercati e due inchieste sull’inquinamento del mare. Tre anni più tardi, nel 1991, azienda e sindacati raggiunsero un accordo per la ristrutturazione dello stabilimento. Ma era ormai l’inizio della fine: nel 1993 vennero fermati gli impianti dei fertilizzanti e, nel giro di pochi anni, tra il 1988 e il 1994, la produzione del petrolchimico si spense progressivamente.
Il resto è storia recente.
Nel 1998 venne sottoscritto il Contratto d’Area per Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata. Era il tentativo di accompagnare la riconversione di un territorio duramente colpito dalla crisi e dalla chiusura dell’Enichem. L’obiettivo era ambizioso: creare 4.604 nuovi posti di lavoro. Alla chiusura del programma, nel 2003, gli occupati effettivamente raggiunti erano circa 1.583.
Nello stesso arco di tempo maturò anche il riconoscimento della gravità della questione ambientale. La legge 426 del 1998 inserì l’area industriale di Manfredonia tra gli interventi di bonifica di interesse nazionale; il 10 gennaio 2000 il Ministero dell’Ambiente ne definì formalmente la perimetrazione come SIN, Sito di interesse nazionale.
A distanza di più di un quarto di secolo, il bilancio della promessa bonifica è piuttosto magro. Da allora assai poco è stato fatto: sono state avviate le caratterizzazioni, sono stati realizzati alcuni interventi e, negli anni, sono state messe in campo risorse pubbliche. Ma il percorso è rimasto lungo e accidentato, segnato da ritardi e da interventi che non hanno ancora restituito il sito alla piena sicurezza. E soprattutto è rimasta aperta la questione degli effetti dell’inquinamento sulla salute della popolazione.
Secondo Franco Carella, storico ambientalista, già senatore, medico per lungo tempo impegnato sul fronte della sanità pubblica, Manfredonia non ha ricevuto la stessa attenzione riservata agli altri grandi SIN pugliesi, come Taranto e Brindisi. Mancano, sostiene, risorse e personale dedicato per condurre nuove indagini epidemiologiche e garantire un monitoraggio ambientale continuativo. Una disparità di trattamento che spiega il titolo scelto per il suo intervento: il SIN di Manfredonia come “figlio di un dio minore”.
E la richiesta alla Regione Puglia è precisa: «Per fare ulteriori indagini epidemiologiche serie e un monitoraggio ambientale sulla popolazione di Manfredonia, la Regione Puglia deve autorizzare piani straordinari di assunzione dedicati, esattamente come è stato fatto per l’area di Taranto e Brindisi».
Dopo mezzo secolo, sarebbe forse il caso che questa lunga e tormentata vicenda approdi finalmente a una conclusione: che la bonifica venga completata, che il territorio sia restituito alla piena sicurezza, che si faccia finalmente luce sulle conseguenze dell’incidente e che alla popolazione siano garantiti controlli ambientali e sanitari adeguati. Perché cinquant’anni sono tanti, troppi, per una ferita che continua a restare aperta e a chiedere risposte.
A cura di Geppe Inserra su letteremeridiane.org.




Apertissima..😥
Signori miei, questa non è una piaga ancora aperta, ma è un ulcera che non guarirà mai.
Ci sono stati diversi morti e conseguenze di patologie gravi, sia polmonari che leucemiche.
Tumori ai polmoni in abbondanza e altre patologie varie alle donne.
Lo scandalo più grande è che nessuno dei POTENTI È ANDATO IN GALERA, POSSIBILMENTE ERGASTOLO.
Ormai sappiamo come funziona la legge in Italia, chi ruba una mela, va in galera, chi fa danni gravissimi….
Buona salute a tutti.
Si, ma lui senatore e presidente commissione sanità senato, nonché tutti i parlamentari dell’epoca e quelli succeduti, cosa fecero?
Fin quando quella merda giace sotto i nostri piedi,la ferita sarà sempre aperta
Caro signor Antonio Macchia, i parlamentari di allora non fecero niente perché L’ ENI È TROPPO POTENTE E QUINDI, DICEVA MIA NONNA, DOVE MANGI TU MANGIO IO.
E I PROVERBI ANTICHI NON SBAGLIANO MAI.
CI SIAMO CHIESTI IL PERCHÉ NON VIENE FATTO ANCORA UNA BONIFICA IN QUEL TERRITORIO?
IO NON LO SO.
BUONA SALUTE A TUTTI.