Editoriali

Segni (le impronte trascurate del PD)


Di:

Pd, segnato dal tempo (statoquotidiano)

A questa mia riflessione, che avrei voluto esporre al congresso provinciale e comunale del PD di Foggia (estendibile in qualunque momento di confronto allorquando le segreterie stesse vedranno cambiamenti nelle persone e, si spera, nella politica di dialogo e attuazione dei programmi) ho voluto dare un titolo: Segni.

Appunto segni, tracce, prove tangibili di qualcosa, che messe una dietro l’altra testimoniano ciò che si è compiuto. Da cittadino attento allo sviluppo della nostra cara amata città di Foggia e perciò testimone e critico tra migliaia di concittadini di ciò che è stato fatto per questa città, i segni lasciati dalle amministrazioni pubbliche foggiane hanno inciso profondamente sul futuro di Foggia, e non solo. Ora, non starò qui a disquisire, o peggio ancora, a fare la morale come l’improvvisato inquisitore di turno. La mia vuol essere una riflessione precipuamente politica, anche se –e non posso esimermi a dirlo- i segni possono essere cicatrici profonde e indelebili di una non parsimoniosa gestione della Cosa Pubblica che ha le sue contorte radici nella disattenzione latente di amministrazioni precedenti della controparte e strascichi in quella che l’ha succeduta.
Segni, appunto, come ho già detto, frutto di azioni che hanno marcato il territorio politico di una città, o parte di essa, che ha scelto chi doveva dar luogo al rinnovamento di una classe dirigente che nel Febbraio 2008 ha sottoscritto uno Statuto. Sembrerà anacronistico parlare di questa data che secondo me il Febbraio 2008 è più attuale della data in cui viviamo.

Con lo statuto anzidetto, la classe politica dirigenziale del neonato PD si era impegnata a far meglio dei precedenti gruppi politici, fino allora presenti sul territorio, finanche meglio di un Ulivo mai fiorito, che aveva prodotto pochi frutti in virtù anche di una potatura precoce rispetto ai tempi fisiologici prestabiliti. Sono trascorsi quasi 6 anni da quella fatidica e attesa “primavera politica” e di sostanziali cambiamenti se né sono visti pochi, anche nei soggetti che doveva farla fiorire. Anzi, sono moltiplicati i punti di vista che in un partito politico dovrebbero essere l’humus per dare energia affinché si raggiungesse la meta; evidentemente quell’humus si è rivelato acidulo, quasi fosse radioattivo. E sì perché i punti di vista sono mutati in correnti politiche, impropriamente battezzate di “pensiero” piuttosto di interpretazione della libertà d’opinione sulle scelte politiche e programmatiche dei fatti, scelte che diventano azioni e successivamente soluzioni.

Le correnti arricchiscono un gruppo politico, sempre che convergano laddove la collettività chiede che la Cosa Pubblica sia carburante per la vita. Questo ce l’hanno insegnato i padri fondatori dei partiti politici, e ancor prima i dotti e sapienti greci e romani che discutevano nelle agorà pubbliche e non nei palazzi privati come accade ora, dove si decide il futuro di una collettività senza che questa ne sia consapevole. Se ogni tanto qualcuno dei nostri amministratori eletti politicamente e ancor più chi è parte integrante delle segreterie e dirigenze dei partiti politici ricordasse che far politica vuol dire governare una città, amministrare la “polis” per il bene di tutti come la definì Aristotele, credo che correre dietro le tessere e consensi clientelari diverrebbe una pratica, oggi diffusissima se non proprio prioritaria, ininfluente a fronte del fabbisogno che la società civile ha nell’essere rappresentata.

Eppure Socrate pur non lasciandoci degli scritti, ha lasciato i segni del suo operato. Lo ha fatto anche attraverso le testimonianze scritte di Platone che spesso specularmente poneva le basi di ciò che voleva dire. Resta inteso che questi due “giganti” della filosofia dell’Antica Grecia avevano differenze di vedute sulla politica, accomunate da un unico obbiettivo, il bene pubblico. In verità e se proprio vogliamo fare una differenza Socrate si concentrava sulla verità umana prima che su quella cosmologica, utilizzando discorsi brevi, mettendo in discussione e facendo generare le idee alla polis attraverso la maieutica (pratica, secondo me, dovrebbe entrar a far parte delle abitudini dei nostri amministratori). Platone, invece, era sempre alla ricerca della verità. La verità che nell’Antica Roma con Marco Porcio Catone, il Censore, divenne pratica abitudinaria di molti Senatorem e Patres pur di addivenire al potere, e che lo stesso Catone formalizzò con azioni che oggi definiremmo poco tollerate (si ricordi l’opposizione al diffondersi della cultura ellenistica -l’ellenizzazione-, che Catone riteneva minacciasse di distruggere la sobrietà dei costumi del vero romano, sostituendo l’idea di collettività con l’esaltazione del singolo individuo), ma che in quel tempo furono le regole per le basi di una politica severa nei confronti dei più ricchi e potenti –si veda la sua politica contro il lusso sfrenato a fronte dell’impoverimento del popolo, l’impedimento a soggetti privati di deviare le acque pubbliche per il loro uso personale, la demolizione di edifici che ostruivano le vie pubbliche, l’aumento delle tasse ai pubblicani (appaltatore di tributi per i terreni pubblici) e la diminuzione del prezzo contrattuale per la realizzazione di lavori pubblici, e tanti altri-.

E tanto per rimanere in tema di tracce storiche e insegnamenti da applicare, Antonio Gramsci l’11 marzo del 1921 affermò che «L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari».

Ora, senza star qui a ricordare, per chi conosce o vuol conoscere, le antiche pratiche della politica, la mia modesta riflessione è sull’utilità (inutilità) delle correnti partitiche, quelle che in un partito diventano rivoli spesso tumultuosi, dove la collettività paga a caro prezzo, e con tanto di interessi, la fruibilità alla Cosa Pubblica. Ovviamente quando parlo di Cosa Pubblica il riferimento della sua gestione è rivolto alle persone che scelte o votate che siano, sono espressione di una parte politica, e perciò del o dei partiti.

Foggia, come del resto tutti i centri urbani d’Italia, non è da meno a questa instabile equazione. Del resto noi a Foggia siamo un frammento di quel progetto speculare che è stato prodotto da quando si è deciso di unire pensieri diversi per il fabbisogno del popolo. Ciò non vuol dire che sentimenti e credi e stili di vita non possono coesistere. Ma se i vertici, anche territoriali, innescano diatribe, esplodere è la conseguenza naturale di una base disorientata e scoraggiata. Una base che si divide su cavilli e laccioli di estemporanee affermazioni correntiste volte alla popolarità di un soggetto piuttosto che di una proposta, dando luogo all’inevitabile indebolimento del sistema politico del partito. Tuttavia, più che di esplosione, io parlerei d’implosione del sistema, perciò del partito, poiché è all’interno che è avvenuta e avviene tuttora la frattura, la stessa che oggi è in essere da quel 2008. Bei ricordi quando il 16 febbraio 2008, dopo tante discussioni nei circoli e nelle piazze, fu approvato lo Statuto del Partito Democratico dalla Assemblea Costituente Nazionale, poi modificato il 6 ottobre 2012 dall’Assemblea Nazionale su temi importanti come il mandato al Segretario di definire con gli alleati le regole per lo svolgimento delle Primarie del centrosinistra, la norma di sospensione transitoria dell’articolo 18 comma 8, la partecipazione alle Primarie di coalizione di iscritti al PD.

Ricordi a parte, che poi son segni, un partito è tale se è coeso, se cerca d’identificarsi sotto un’unica bandiera e senza nomi –e questo è importante-. Il PD, invece, è ancore quel partito che ha smarrito l’identità (tangibile solo su carta) dal suo predecessore storico, mettendo purtroppo in pratica politiche con il modus existimans et operandi delle persone che lo rappresenta territorialmente e al Governo che si impone con un nome e la sua corrente piuttosto che un programma condiviso. Identità, non altro che un segno di esistenza che un partito ha la necessità di avere e continuare ad avere, dove cogliere la percezione del popolo e che se fosse ascoltato sarebbe il “distinguo” da chi sente voci buttate in piazza. Quell’identità, appunto del Partito Democratico, dove individuare la figura apicale diventi la sintesi positiva e produttiva dell’essere piddino, e non quella numerica come avviene anche oggi per dar sostanza a una poltrona.

Le tessere (che bel sostantivo…mah) sono importanti, basilari, ma non devono continuare ad essere merce di compravendite che oserei dire quasi oggetto di scambio meretricio pur di arrivare al vertice di una piramide senza fondamenta, poiché la base è stanca di certi giochetti. Credo, che poi è ciò che ho sempre sostenuto, il PD sarebbe più ricco al suo interno, e all’esterno per effetto d’azione del fare, se vi fossero divisioni sulle idee e non sui nomi. Lo sfrenato correre dietro le correnti, prima ancora delle idee e poi proposte –a mio avviso- ha lacerato profondamente il Partito Democratico lasciando segni , quelli detti inizialmente, ovvero quelle tracce, prove tangibili di qualcosa, che messe una dietro l’altra testimoniano ciò che si è compiuto. Ho detto partito e non a caso gruppo politico poiché parlo di aggregato di persone con idee, intenti, gusti comuni e diversi, perciò universale. Questo dev’essere il PD che deve avere una visione comune su questioni della Res Publica, della società civile, un’associazione tra persone e non una dissociazione.

Ed è proprio secondo questo concetto che oggi sono qua a suggerire la mia idea di partito, dove la sensibilità della base, con la sua volontà, devono essere il volano per dar luogo a nuove azioni per il Bene Comune. Azioni decise pluralmente con capo una figura che deve avere il compito soggettivo di rappresentanza e oggettivo decisionale, sempre se si vuole che la pluralità faccia da sostegno al progetto politico del PD. Purtroppo avviene il contrario e mi rammarica ricordarlo, sempre secondo il mio modesto pensiero, giusto o sbagliato.

Questo è il segnale che percepisco parlando con la gente, dove la domanda frequente è se la figura apicale di un partito ascolta la sua base. Gente comune –mettendo da parte rappresentanze di poteri forti che a mio avviso intossicano il partito- che non si sente soddisfatta del lavoro svolto da chi dovrebbe rappresentarla, quella figura che con astuzia elude le aspettative di chi con una tessera gli ha dato fiducia e potere. Molte persone in questi 6 anni si sono avvicinate al PD, condividendone gioie e dolori, e molte si sono allontanate. I motivi sono molteplici ma tutti con un unico denominatore: le discordie interne che hanno prodotto alleanze sottobanco con le controparti pur di rimanere al vertice con la scusante del Bene Pubblico, che si è e si rivela mannaia per il popolo. Porre termine alle dicotomie tra fazioni di ex partiti politici facendole passare per correnti, dev’essere il gesto coraggioso di chi prenderà le redini del PD. Il PD è nato per essere un solo partito, dove la discussione deve aggregare e non disgregare, anche tra quelle forze politiche più a sinistra che molti hanno dimenticato per dar spazio a quelle centrali che ritengono più democratiche e che in realtà si sono rivelate ostruzioniste verso un riformismo progressista e laico. A me non piace parlare di vecchia e nuova politica.

C’è la buona a cattiva politica che dipende da chi la attua, ovvero dalle persone. Per me di vecchio c’è solo il tempo passato che spesso è saggio e con esso chi lo rappresenta. Al massimo parlerei di “Gerontopolitica” che non è rottamazione, bensì applicazione del fare politica da parte di chi la concepisce secondo vecchie strutture della società civile e che non vede o vuol vedere l’evolversi di pari in passo delle strutture e dei modi di vivere della gente.

A Foggia abbiamo la Gerontopolitica congenita –e lo dico e lo scrivo da anni- è la nuova (vecchia) malattia che affligge Foggia. Dobbiamo cambiarla e con essa chi la rappresenta, anche tra i banchi delle istituzioni. Mancanza di Senso Civico e mancanza di Legalità dei Cittadini sono le nuove trame di una tela tessuta all’ombra. Non solo proclami in piazza, o di gruppi volenterosi che manifestano e gruppi esacerbati dal non attivismo di persone con lo scettro e che poi vi fanno parte, non solo righe pubblicate o idee suggerite, non solo denunce senza programmi: a Foggia ci vorrebbe un cambiamento radicale da entrambe le parti, una “Rivoluzione Politica- Culturale” (che poi è quella da mesi chiedo al Belpaese pubblicando miei editoriali su portali nazionali) altrimenti la città imploderà nel suo stesso significato etimologico, senza ritorno sperando che qualcuno scavi per ritrovarla la nostra cara amata città di Foggia.

Il compito, che nel caso specifico, del segretario di partito –ma che può essere tranquillamente rapportato a quello del consigliere e perfino del primo cittadino– spesso si rivela ingrato e impopolare. Vuoi perché la comunità non è soddisfatta dell’operato svolto, vuoi perché a fronte di risanamenti si chiede di stringere la cinghia. Ma se l’impopolarità è frutto di meccanismi puramente indotti numericamente, ecco che la base, o comunità che sia, si rivolta contro perché comprende e tocca con mano –e con la pancia- scelte a loro avverse. Se il segretario o queste figure che ho menzionato, contrariamente, fossero il frutto di numeri che alla loro base avessero la finalità di “Mission”, il peso della responsabilità e perciò delle decisioni sarebbe distribuito in quei numeri e la popolarità –che è consenso- diverrebbe affermazione.
Nelle ore trascorse si è svolto un congresso che ha deciso le redini della segreteria provinciale e cittadina del Partito Democratico; tra un mese si celebrerà quello nazionale, in parte speculare della volontà espressa con le nomine territoriali. Lo si è fatto presentando candidature e programmi.

Ok, va bene. Ma qualcuno si è chiesto se fosse più giusto scegliere soggetti fisici piuttosto che scelte programmatiche frutto della sensibilità popolare? Oppure dopo aver condiviso con il cittadino, mediante incontri nei circoli, chi dovrebbe rappresentare il partito?

La gente, il popolo, ascoltandolo credo che preferirebbe un PD più dinamico, meno a comparti stagni, un PD che sia la memoria speculare rinnovata di sentimenti politici preferibilmente rivolti più a sinistra, pur mantenendo ben salda la barra che guida il pluralismo del partito concepito in provetta e nato con parto cesareo nel 2008.

Scusate se sono duro nelle affermazioni, ma è ciò che sentono molti di noi che hanno militato nel PD e che provengono da precedenti esperienze partitiche di compagni piuttosto che di amici, e che vorrebbero una volta per sempre essere chiamati democratici. «Chi è pronto a rinunciare alle proprie libertà fondamentali per il conseguimento di una piccola sicurezza temporanea, non merita né la libertà né la sicurezza». Lo scrisse Benjamin Franklin come risposta al Governatore della Pennsylvania durante l’Assemblea del 1755.

Questa verità la ritengo attuale come lo era allora, specie se oggi in Capitanata e a Foggia si discute sul futuro di un partito. Oggi, secondo i me e tanti piddini ed ex, il PD è un partito imborghesito, quasi la brutta copia di quella corrente di sinistra di una Democrazia Cristiana mai morta, anzi trasmigrata per opportunità nei due maggiori partiti italiani. Sarebbe utopico essere la bella copia di quella corrente simil-progressista che un tempo la DC cercò di far emergere a capo dell’allora partito. No, non ho reminescenze idealiste democristiane, tutt’altro, ma sarebbe proficuo esaminare quei segni per capirne le finalità. Eppure vicini a noi vi sono realtà che un tempo erano parte di noi, andate via e che ora potrebbero dare forza sia al partito, sia alla coalizione di centro-sinistra. Il riferimento è diretto ai tanti compagni che mettendo da parte estremismi di un tempo e realtà dottrinali che della laicità ne fanno un uso abusivo spesso accusandola di immoralità, sono una parte di quella base che nel 2008 ha identificato il PD nella sinistra italiana. In politica, nella nostra politica progressista, se tale vuol essere, la laicità è primaria, è la base dell’azione da intraprendere; contrariamente saremo sempre ostaggio di surrogati emotivi ed etici.

E ciò, come avviene, boicotta il progetto di un PD che vorrebbe essere la risultante di una volontà popolare libera, quella che esprime il suo rappresentante in base a programmi e non numeri. Ecco perché far la conta sui nomi non ha mai ripagato le aspettative, se non quelle personalistiche. Correre dietro a “colui che” piuttosto a “cosa che” è stato, e sarà, quell’ostacolo che bisogna superare se davvero si vuole che la percezione popolare diventi approvazione e poi collaborazione e, chissà, militanza.

Per ottenere ciò e lo ripeto, secondo il mio e sempre modesto parere, il PD sarebbe più ricco al suo interno, e all’esterno per effetto d’azione del fare, se vi fossero divisioni sulle idee e non sui nomi, figuriamoci sulle correnti, vera concausa della frattura del partito giacché il protagonismo di alcuni, carta carbone di un berlusconismo fai da te, è causa del male di molti e perciò del PD.

Foggia a breve sarà chiamata per decidere chi la dovrà governare, amministrare, dopo la faticosa e lacerante corsa verso un pareggio di bilancio. Regalarla alla controparte con tanto di interessi, a me francamente mi fa venire l’orticaria. Come pure sarei nauseato se tra i banchi consiliari cittadini vi fossero scalda seggiole, stelle senza luce, che della democrazia ne hanno fatto un dogma “liquido personalizzato”e delle denunce azioni fine a se stesse, senza un programma territoriale poiché le proposte sono un optional legato al volere di una sola persona, anzi due, quasi fossero dei guru o capi setta. Scegliere un candidato sindaco so bene che non è facile e che deve soddisfare tutte le parti politiche che costituiranno la coalizione di centro-sinistra. Ma è anche vero che tal risultato sarebbe più gratificante se le parti politiche ascoltassero di più il popolo, quello della piazza piuttosto che dei palazzi, ma senza innescare contese sul nome spendibile per accantonare chi e cosa. Disse bene Leonardo Sciascia quando scrive che «La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini».

Mi auguro, e termino, che dai congressi territoriali siano state scelte le persone giuste al posto giusto per volontà del popolo e non dei numeri delle tessere, e che poi da quello nazionale venga fuori la persona giusta, preferibilmente giovane e che conosca il partito nelle sue peculiarità più profonde e datate. Un giovane –pur avendo qualche capello bianco- già impegnato anni addietro nel partito e che sposi in pieno il senso di rappresentanza di un PD che ha l’obbligo di rinnovarsi e rinnovare la leadership, conferendo responsabilità a chi è al passo con i tempi. Una persona coraggioso e razionale che abbia lo sguardo rivolto più a sinistra e non destrorso come tanti vorrebbero che diventi il PD, quel partito del ventunesimo secolo costituito da piddini nostalgici di quella parte politica che ha sempre risposto positivamente ed in modo plurale alle esigenze del popolo e del territorio, un Segretario che apra le porte ai cittadini e non solo ai delegati, che moltiplichi i circoli e dia regole ferree sulla loro autonoma vita politica, gestionale e amministrativa. Questi sono i segni tangibili per identificarsi molto piddini, quelle tracce indelebili nel tempo.

Ad Maiora

(A cura di Nico Baratta – nicobaratta@lagazzettameridionaletv.com)

Segni (le impronte trascurate del PD) ultima modifica: 2013-10-28T20:46:05+00:00 da Nico Baratta



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