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A Gaza…tra bombe e macerie: il ritardo della pace

AUTORE:
Michele Illiceto
PUBBLICATO IL:
28 Ottobre 2023
Manfredonia //

MANFREDONIA (FOGGIA) – (di Michele Illiceto) La guerra? Non serve a niente. Neanche a se stessa. Non serve per vincere, perché non si vince mettendo le premesse per un nuovo conflitto. Chi conosce la storia sa che molte paci non ha nno risolto i problemi ma hanno messo le basi per conflitti successivi. E’ accaduto per la prima guerra mondiale che ha molte sue radici nella guerra franco-prussiana del 1870. Lo stesso vale per la seconda guerra mondiale le cui motivazioni vanno ricercate nella pace punitiva e spartana fatta col Trattato di Versailles del 1919, a spese della Germania alla fine della Grande guerra.

Anche chi vince, in fondo, perde. I conflitti non si risolvono ma si acuiscono. Generano solo se stessi. Con la guerra l’odio non viene spento ma, al contrario, viene alimentato. Il nemico non viene eliminato ma di nuovo generato. E chi, a volte, pare essere dalla parte della ragione, spesso passa dalla parte del torto. La guerra è una sconfitta già in partenza.

Certo, non bisogna dimenticare che con la guerra molti ci guadagnano e le armi diventano una merce per fare molti profitti. Accanto a interessi economici poi vi sono sempre anche motivi ideologici. E l’ideologia è sempre una visione distorta dalla realtà finalizzata come direbbe Nietzsche a rafforzare la propria volontà di potenza, o come direbbe Marx come una “coscienza falsata”. Ogni ideologia è violenta di per sè. Anche la religione, se diventa ideologica, diventa una forma di violenza. L’ideologia non ma la pace perché dovrebbe rinunciare alla logica della forza.

La pace non è solo un fatto politico o geopolitico. No! Se così fosse sarebbe solo il prodotto di giochi diplomatici che spesso si lasciano guidare da logiche di potere e di dominio, di spartizione.  La pace è un sentimento interiore che, partendo dai singoli individui, diventa una scelta di popolo. Ma noi non siamo ancora mentalmente pronti per la pace. Nessuno crede davvero in essa. E quei pochi che ci credono, lo fanno solo per utilità e per interesse, per convenienza, e fin quando il loro tornaconto è garantito. Costoro confondono la pace con una visione statica dei rapporti e della vita.

E allora che cosa ci manca sia a livello nazionale che globale? Quello che davvero manca è un’antropologia della pace senza la quale non vi potrà mai essere neanche una diplomazia in grado di promuoverla. Il problema non è evitare i conflitti, ma saperli gestire in modo razionale senza che si paghi un costo di vite umane che ormai non è più ammissibile. Anche perché a pagare sono sempre i più deboli e i più indifesi: donne a bambini, anziani e malati. I cosiddetti civili, per i quali, quando cadono sotto i bombardamenti, abbiamo coniato anche una definizione aberrante, definendoli “danni collaterali”.

Ma su questo punto siamo molto in ritardo. Mentre ci vantiamo per i grandi passi compiuti a livello di sviluppo ipertecnologico, non ci vergogniamo per tanta arretratezza nella cultura di pace. Perché mai tutto questo ritardo?

Il fatto è che la pace costa. Richiede rinunce e soprattutto esige il riconoscimento dell’altro, sia esso un popolo che ha diritto a una terra o una nazione che non sopporta più ingerenze geopolitiche da parte delle grandi superpotenze.

La pace è un evento interiore che solo un uomo che sa ascoltare la parte più razionale e spirituale di sé riesce a captare. In questo senso la pace è frutto di una grande conversione interiore dove la parte più elevata e profonda di ognuno di noi può consegnarci il comandamento comune a tutti, credenti e non. Esso dice: “Non uccidere!”. Le religioni che avrebbero dovuto erigersi a messaggere di pace sono state invece trasformate in motivi di scontro. Ed è qui che il dialogo interreligioso può dare un grande contributo ai processi di pace.

Fonte: antidiplomatico

Il grande Vescovo di Molfetta, presidente per molti anni di Pax Christi, Don Tonino Bello, diceva che “La pace, dunque, è dono. Anzi, è ” per-dono”. Un dono “per”. Un dono moltiplicato. Un dono di Dio che, quando giunge al destinatario, deve portare anche il “con-dono” del fratello. E qui il discorso si fa concreto. Come possiamo dire parole di pace, se non sappiamo perdonare? Con quale coraggio pretendiamo che siano credibili le nostre scelte di pace a livello di massimi sistemi, quando nel nostro entroterra personale prevale la legge del taglione? Come possiamo rifiutare la “deterrenza” e respingere la logica del missile per missile, se nella nostra vita pratichiamo gli schemi dell'”occhio per occhio e dente per dente”? Quali liberazioni pasquali vogliamo annunciare, se siamo protagonisti di stupide smanie di rivincita, di deprimenti vendette familiari, di squallide faide di Comune? Chi volete che ci ascolti quando facciamo comizi sulla pace, se nel nostro piccolo guscio domestico siamo schiavi dell’ideologia del nemico? Solo chi perdona può parlare di pace. E a nessuno è lecito teorizzare sulla non violenza o ragionare di dialogo tra popoli o maledire sinceramente la guerra, se non è disposto a quel disarmo unilaterale e incondizionato che si chiama “perdono”.

Ma, chiariamo, perdonare non è dimenticare il male ricevuto, ma dare all’altro la possibilità di essere liberato dal male che ha compiuto. E se libero lui, anche io vengo liberato dal sentimento di vendetta che mi tiene prigioniero. Anche il grande Socrate, nel mentre andava mettendo i fondamenti di un’etica laica e razionalistica, diceva che “il male è meglio riceverlo che farlo”.

Lo so, già sento nelle orecchie alcuni commenti a riguardo che dicono che tutto questo non è che una grande utopia, o che sono solo belle parole. Si, è vero. Ma sappiate che la pace comincia dalle parole. Dalle parole giuste. Ma le parole non sono solo parole, a volte, se toccano il cuore e la ragione, se risvegliano le nostre coscienze, creano fatti, eventi, generano processi, avviano rivoluzioni.

La rivoluzione delle parole giuste possono mettere le basi per un’antropologia della pace quale fondamento per una pace globale a livello anche geopolitico.

A cura di Michele Illiceto

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