Una fonte interna segnala preoccupazioni per l’ipotesi di un’ora aggiuntiva di lavoro per cinque giorni alla settimana. Dubbi sull’organizzazione del personale, sulle visite mediche e sul ruolo dei sindacati. Dopo la notizia relativa al servizio scuolabus, tra i dipendenti di ATAF Foggia sarebbero emersi malumori e preoccupazioni per le possibili conseguenze della nuova organizzazione del lavoro. A raccontarlo è un autista dell’azienda, che ha chiesto di mantenere l’anonimato. Il lavoratore precisa innanzitutto di comprendere pienamente il valore sociale del servizio. Molti studenti frequentano la scuola dell’obbligo e, in diversi casi, appartengono a famiglie che non dispongono di un’automobile o non hanno la possibilità di accompagnarli e andarli a prendere.
«Nessuno mette in discussione le esigenze dei bambini e delle loro famiglie», sottolinea la fonte. «Il problema riguarda il modo in cui il servizio verrebbe organizzato e le ripercussioni che potrebbe avere sui dipendenti». Secondo quanto riferito, agli autisti potrebbe essere richiesto di effettuare un’ora aggiuntiva di straordinario per cinque giorni su sei. Una modifica che, se confermata, inciderebbe non soltanto sull’orario di lavoro, ma anche sull’organizzazione familiare dei dipendenti. «Anche gli autisti hanno figli, coniugi che lavorano e turni familiari organizzati con grande attenzione», spiega il lavoratore. «Un’ora in più può compromettere gli accordi presi per accompagnare i figli, preparare i pasti, gestire le attività pomeridiane o rispettare appuntamenti e visite mediche».
La fonte richiama quindi il principio contenuto nell’articolo 2087 del Codice civile, che impone al datore di lavoro di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti. Dal suo punto di vista, qualsiasi nuova organizzazione dovrebbe essere valutata anche alla luce del benessere psicofisico dei lavoratori.
Il confronto con i sindacati
Un altro punto critico riguarda il ruolo delle organizzazioni sindacali. In azienda sarebbero presenti sei sigle e, secondo il dipendente, un eventuale accordo sottoscritto dalla maggioranza finirebbe per essere applicato anche ai lavoratori contrari. «Temiamo che, come accaduto altre volte, la maggioranza delle sigle possa firmare e che la minoranza sia costretta ad adeguarsi», afferma l’autista, ricordando anche l’accordo aziendale di secondo livello del 2017, successivamente prorogato e, secondo quanto riferito, in vigore fino al 31 dicembre 2026.
Il dipendente chiede ai rappresentanti sindacali un’azione più incisiva. «Il sindacato non dovrebbe limitarsi allo stato di agitazione, allo sciopero o all’invio di lettere all’azienda, al Comune o al prefetto. Qualora ritenesse che vi siano delle violazioni, dovrebbe valutare anche gli strumenti legali disponibili». Si tratta, precisa la fonte, di una posizione personale e di un auspicio rivolto alle organizzazioni dei lavoratori. Sullo sfondo resta però una crescente distanza tra parte del personale e le rappresentanze sindacali. A generare ulteriori sospetti, secondo l’autista, sarebbe anche il passaggio di alcuni ex rappresentanti sindacali a incarichi aziendali. «Molti lavoratori si chiedono se sia soltanto una coincidenza», afferma, sollecitando maggiore trasparenza sui rapporti tra azienda e sindacati.
I dubbi sugli autisti non idonei alla guida
La fonte pone inoltre una serie di interrogativi sulla gestione del personale dichiarato temporaneamente non idoneo alla guida. «Che esito hanno avuto le visite mediche? Queste persone resteranno non idonee in via provvisoria o definitiva? Esiste la possibilità di consentire loro di tornare alla guida, magari con prescrizioni o in determinate fasce orarie?». Domande che, secondo il lavoratore, meriterebbero risposte chiare, anche per comprendere se vi siano margini per recuperare personale e alleggerire i carichi di lavoro degli autisti attualmente in servizio.
L’attenzione si concentra anche sui dipendenti assegnati agli impianti fissi, come meccanica, carrozzeria e reparto elettrico. Alcuni di loro, sostiene la fonte, sarebbero già in possesso della patente necessaria per guidare gli autobus. «Bisognerebbe verificare se queste professionalità possano essere riqualificate e impiegate alla guida, come già avvenuto in passato per alcuni lavoratori provenienti dalle officine», osserva. Per il trasporto di passeggeri, tuttavia, non è sufficiente la sola patente: è necessario anche il Certificato di qualificazione del conducente, il CQC. La fonte cita il caso di un dipendente proveniente dal reparto elettrico che, dopo essere stato avviato a un percorso di riqualificazione, non avrebbe ancora completato l’iter per conseguire la certificazione.
Anche su questo punto vengono richiesti chiarimenti: quali percorsi di formazione sono stati avviati, quanti dipendenti potrebbero essere recuperati alla guida e in quali tempi?
La richiesta di trasparenza
Il quadro descritto dall’autista è quello di un’azienda attraversata da dubbi, tensioni e problemi organizzativi che rischiano di compromettere il rapporto di fiducia tra dipendenti, vertici e rappresentanze sindacali. La fonte ribadisce di non voler contrapporre i diritti dei lavoratori alle necessità degli studenti. La richiesta è piuttosto quella di trovare una soluzione equilibrata, capace di garantire il servizio scuolabus senza scaricarne interamente il peso sugli autisti. «Sappiamo che si tratta di una situazione imprevista e che bisogna assicurare il trasporto dei ragazzi», conclude il dipendente. «Ma proprio per questo servono organizzazione, trasparenza e rispetto per la vita e per la salute psicofisica di chi lavora. Oggi, invece, molti dipendenti si sentono lasciati soli».



