C’è una fotografia che racconta meglio di qualsiasi bilancio lo stato dell’industria italiana. Da una parte c’è Unilever. La Borsa applaude, Il Sole 24 Ore racconta di una multinazionale ormai quasi fuori dal tunnel, gli investitori tornano a sorridere e il management festeggia una ripresa che fino a pochi mesi fa sembrava meno scontata.
Dall’altra parte c’è Pozzilli.
Lì il tunnel non è mai finito. Anzi, qualcuno continua persino a cambiare le lampadine per far credere che l’uscita sia dietro l’angolo.
La differenza è tutta qui: quando sale il titolo in Borsa, gli azionisti stappano lo champagne. Quando si spegne una fabbrica, gli operai continuano ad aprire il frigorifero sperando che le promesse abbiano finalmente imparato a trasformarsi in pane.
Ed è proprio questo il paradosso.
L’Unilever globale celebra il ritorno della fiducia dei mercati. L’ex Unilever di Pozzilli continua invece a vivere sospesa in quella terra di nessuno dove le conferenze stampa sono ormai più numerose dei turni di lavoro.
Per anni il copione è stato sempre lo stesso. Tavoli ministeriali. Cronoprogrammi. Accordi. Riconversioni. Conferenze. Comunicati rassicuranti.
Ogni volta sembrava quella buona. Ogni volta mancava soltanto “l’ultimo passaggio”.
Poi arrivava un altro ultimo passaggio. Poi un altro ancora.
Come abbiamo sempre scritto su StatoQuotidiano, quella di Pozzilli rischia di diventare “l’ultima favola industriale”: cinque anni di annunci, scadenze rinviate e speranze consumate fino a trasformare il silenzio nella risposta più rumorosa di tutte.
Nel frattempo è arrivata anche la richiesta di Invitalia: non bastavano gli impegni commerciali, serviva un coinvolgimento economico più robusto dei partner del progetto. Una condizione che ha alimentato il timore di un progressivo disimpegno di Unilever dal piano di reindustrializzazione, lasciando i lavoratori ancora una volta nell’incertezza.
Certo, nelle ultime settimane qualcosa si è mosso.
Il Mimit parla di accordi confermati e del documento richiesto da Invitalia finalmente sottoscritto, passaggio necessario per sbloccare le agevolazioni pubbliche.
Ottima notizia. Ma a Pozzilli ormai il problema non è firmare un altro documento. È convincere sessanta famiglie che questa volta la carta diventerà davvero produzione.
Perché esiste un momento in cui perfino la speranza va in cassa integrazione.
Ed è forse questo il vero fallimento italiano. Non quello industriale. Quello narrativo.
Abbiamo costruito un Paese nel quale il successo si misura con il valore del titolo azionario e il fallimento si diluisce in comunicati stampa sempre impeccabili.
Quando una multinazionale torna a correre, il mercato festeggia. Quando un territorio resta fermo, nessuno perde davvero la faccia.
Cambiano le slide. Cambiano i loghi dietro ai tavoli. Cambiano persino i nomi dei progetti.
Ma gli operai restano gli stessi.
Aspettano. Sempre. La verità è che la Borsa premia i risultati. La politica spesso premia gli annunci.
E tra annunci e risultati c’è una categoria che continua a pagare il prezzo più alto: i lavoratori.
Per questo il vero titolo non dovrebbe essere “Unilever è quasi fuori dal tunnel”.
Dovrebbe essere un altro.
“Unilever è uscita dal tunnel. Pozzilli aspetta ancora che qualcuno accenda la luce.”
di Maurizio Varriano



