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FOGGIA POLITICA Il martello, il chiodo e la poltrona: Foggia entra nella Torre di Babele

Rignanese in Giunta? Il teorema che può diventare realtà. E il PIAO finisce sul banco degli imputati della politica

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
29 Settembre 2026
Foggia // Politica //

E alla fine arrivò il martello.

Quello che non serve soltanto a piantare un chiodo, ma a ricordare a tutti chi tiene in mano il martello, chi sceglie il muro e, soprattutto, dove appendere la propria giacca senza rischiare che cada.

La nomina di Stefania Rignanese in Giunta trasformerebbe l’indiscrezione in realtà politica. E così quello che fino a ieri poteva essere liquidato come fantapolitica, teorema da corridoio, geometria variabile di Palazzo di Città, oggi diventa un possibile fatto amministrativo e politico con il quale la città dovrà fare i conti.

E forse è proprio questo il punto.

Perché quando la politica arriva al momento in cui le coincidenze diventano troppe, il cittadino smette di chiedersi se esista un disegno e comincia legittimamente a domandarsi quale sia il disegno.

Prima la frattura sul PIAO. Poi cinque assessori che non partecipano alla riunione di Giunta. Poi la consigliera Rignanese che lascia il PSI e dichiara di voler restare nella maggioranza da indipendente. Poi la revoca di Luigi Iorio. Poi le deleghe che restano nelle mani della sindaca. E adesso l’assessorato a Rignanese.

Non è più il romanzo delle ipotesi.

È la cronaca.

La stessa sindaca ha spiegato che la rappresentanza politica è cambiata e che la maggioranza deve tener conto della nuova geografia del Consiglio. La revoca di Iorio è stata formalizzata il 24 settembre, con la motivazione della necessità di garantire funzionalità e continuità dell’azione amministrativa, anche in relazione all’urgenza del PIAO.

Benissimo. Ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Perché se cambiano gli equilibri, bisogna spiegare quali equilibri sono cambiati. Se cambia la Giunta, bisogna spiegare quale progetto amministrativo nasce da quel cambiamento.

Se una consigliera passa dalla lista con cui è stata eletta alla maggioranza, attraversando nel frattempo diverse collocazioni politiche, e infine si parla di una entrata in Giunta da indipendente di maggioranza, la domanda non è moralistica.

È politica. Ed è persino banale: che cosa cambia, concretamente, per Foggia?

Dalla Torre di Babele al Palazzo di Città

La Bibbia racconta di una torre costruita per arrivare al cielo.

A Foggia, invece, sembra che la torre venga costruita per arrivare alla poltrona. E non è la stessa cosa.

Nella Torre di Babele biblica gli uomini parlavano una sola lingua e finirono per non capirsi più. A Palazzo di Città accade qualcosa di più moderno e forse più inquietante: si parlano troppe lingue politiche e tutti sostengono di stare dicendo la stessa cosa.

Campo largo. Responsabilità. Nuovi equilibri. Continuità amministrativa.  Autonomia. Geografia politica. PIAO. Parole rispettabili, tutte. Ma le parole rispettabili diventano gusci vuoti quando non riescono più a spiegare ciò che accade.

E qui il cittadino non pretende la luna.

Pretende di sapere se un assessorato nasce da un progetto, da una necessità amministrativa o dalla necessità di ricomporre un equilibrio consiliare. Sono tre cose completamente diverse. E sarebbe un’offesa all’intelligenza degli elettori fingere che siano la stessa cosa.

Il martello batte. Il chiodo entra. Ma cosa ci appendiamo?

La domanda più semplice è anche quella che fa più paura: qual è il progetto politico che sosterrebbe questa nomina?

Non basta dire che la maggioranza è di 22 consiglieri. Non basta contare le mani alzate. Una maggioranza non dovrebbe essere soltanto un algoritmo. Ventidue non è un progetto. Ventidue è un numero. Un progetto è spiegare ai cittadini perché quelle ventidue persone dovrebbero sostenere una determinata idea di città.

Il PIAO, intanto, non è un soprammobile da spostare mentre si ridisegnano gli equilibri di Palazzo.

È uno degli strumenti attraverso cui il Comune programma organizzazione, personale e capacità amministrativa. E proprio attorno al PIAO è esplosa la frattura che ha portato alla mancata riunione della Giunta e poi alla revoca di Iorio.

Dunque la domanda torna, inevitabile: il nuovo assetto politico serve a far funzionare meglio il Comune o serve prima di tutto a far funzionare meglio la maggioranza?

Perché se la risposta è la prima, la città vuole vedere il risultato. Se è la seconda, sarebbe bene avere almeno l’onestà di non chiamarla soltanto ordinaria amministrazione.

La politica che taglia l’erba e quella che coltiva le erbacce

C’è poi un’immagine che continua a tornare. Quella dell’erba.

In politica si può scegliere di tagliare l’erba. Oppure si può scegliere di tagliare soltanto quella che dà fastidio. La differenza è enorme.

Chi governa dovrebbe estirpare le erbacce, non scegliere quali erbacce siano amiche e quali nemiche. Perché quando la politica diventa soltanto gestione delle collocazioni, dei rapporti, delle deleghe e delle sopravvivenze, il linguaggio cambia.

Non si parla più di città. Si parla di posizionamenti. Non si parla più di programmi. Si parla di rappresentanze. Non si parla più di elettori. Si parla di numeri. Ed è proprio in quel momento che la politica comincia ad annichilire sé stessa.

Il familismo? Prima di pronunciarne il nome, servono gli atti

C’è poi un’altra questione che non può essere affrontata con il pettegolezzo, né con la propaganda.

Se la nomina di Rignanese comporterà la sua uscita dal Consiglio comunale e la successiva surroga del primo dei non eletti della lista con la quale fu eletta, il tema avrà inevitabilmente anche una dimensione familiare e istituzionale.

Ma qui occorre essere seri. Non basta insinuare. Non basta fare i conti a voce. Non basta agitare cifre. Servono atti, compensi, dichiarazioni, eventuali incarichi professionali, rapporti e verifiche documentali.

Se esistono conflitti di interesse, devono essere dimostrati. Se non esistono, devono essere esclusi sulla base della documentazione. La trasparenza non è un’arma dell’opposizione. È un obbligo della politica.

E soprattutto non è un’offesa chiedere quanto costa una scelta amministrativa. È invece offensivo per i cittadini pretendere che non lo chiedano.

E il PD? E il campo largo? E tutti gli altri?

La questione, poi, non riguarda soltanto Episcopo e Rignanese. Riguarda l’intero campo largo.

Perché se una consigliera diventa assessora dopo essere approdata alla maggioranza da un percorso politico tutt’altro che lineare, la domanda riguarda anche chi siede accanto alla sindaca.

  1. M5S. Prossima. Le altre componenti della coalizione.

Tutti dovranno spiegare non soltanto se accettano il nuovo equilibrio, ma perché lo ritengono coerente con il mandato amministrativo ricevuto dagli elettori. Perché il problema non è avere una Giunta. Il problema è sapere per quale Foggia quella Giunta governerà.

E soprattutto se il prezzo politico di ogni nuovo equilibrio sarà sempre pagato con un altro pezzo di credibilità.

Sei collocazioni, una sola poltrona

C’è qualcosa di surreale anche nel percorso politico di Rignanese.

Eletta nella lista Angiola Sindaco, è poi passata attraverso diverse collocazioni fino all’attuale posizione di indipendente di maggioranza. Il passaggio del 2024 dalla componente di Angiola alla maggioranza fu già accompagnato da forti critiche politiche dell’ex candidato sindaco; nel settembre 2026 Rignanese ha poi lasciato nuovamente il PSI, dichiarando di voler restare nella maggioranza come indipendente.

Non c’è nulla di illegittimo, in sé, nel cambiare posizione politica. La libertà di un consigliere di cambiare gruppo appartiene alla fisiologia della politica. Ma la libertà politica ha una sorella gemella che si chiama responsabilità politica. E quella non può essere cambiata di casacca.

La vergogna non è cambiare idea. È non spiegare perché

Non scandalizziamoci, dunque, perché qualcuno cambia partito. Scandalizziamoci semmai quando la politica pretende che gli elettori non facciano domande. Un consigliere può cambiare gruppo. Una sindaca può cambiare assessore. Una maggioranza può cambiare equilibrio.

Tutto legittimo. Ma ogni cambiamento dovrebbe avere una spiegazione politica. E qui la domanda resta tutta intera: perché Stefania Rignanese?

Quale delega? Quale programma? Quali obiettivi? Quale contributo specifico? Quale rapporto con il PIAO? Quale nuovo equilibrio nella maggioranza? E soprattutto: quale vantaggio concreto ne ricaveranno i cittadini di Foggia?

Il campo largo e la grammatica del politichese

Il problema più grande non è neppure Rignanese.

È il sistema. È quel modo di fare politica nel quale ogni terremoto viene chiamato assestamento, ogni crisi diventa confronto, ogni sostituzione diventa riequilibrio, ogni trattativa diventa responsabilità.

È la lingua del politichese. Una lingua nella quale nessuno perde mai. Perché se perdi un assessore hai riequilibrato. Se perdi un partito hai ampliato il confronto. Se perdi una maggioranza hai consolidato il dialogo. Se perdi un pezzo di credibilità hai semplicemente attraversato una fase complessa. E così, lentamente, la realtà viene coperta dalle parole. Ma le parole non governano una città.

Gli atti sì. I bilanci sì. I servizi sì. Le assunzioni sì. Le strade sì. La sicurezza sì. La manutenzione sì. La sanità territoriale, per quanto nelle competenze dell’ente, i servizi sociali, le periferie, il commercio, l’agricoltura, il trasporto pubblico e tutto ciò che rende una città più o meno vivibile.

Questo dovrebbe essere il metro. Non il numero dei consiglieri.

Ora vedremo se il martello serve davvero

Da domani, dunque, non ci sono più alibi. Il martello ha battuto. Il chiodo è entrato. La giacca è stata appesa.

Adesso vediamo se regge il muro. Perché la politica può anche costruire le sue geometrie, cambiare le sue alleanze, spostare le sue pedine e riscrivere le sue mappe. Ma alla fine arriva sempre il momento nel quale la città presenta il conto.

E il conto non è politico. È amministrativo. È fatto di risposte. È fatto di risultati. È fatto di trasparenza. È fatto di dignità.

La nomina di Rignanese se così sarà, sicuramente è da ritenersi perfettamente legittima. Ma la legittimità formale non esaurisce la questione politica.

Una sindaca ha il diritto di nominare. Un consigliere ha il diritto di cambiare gruppo. Una maggioranza ha il diritto di ricomporre i propri equilibri.

I cittadini hanno il diritto di sapere perché.

E soprattutto hanno il diritto di capire se dietro quella porta che si apre per un nuovo assessore c’è un progetto per Foggia oppure soltanto l’ennesima stanza del Palazzo nella quale qualcuno deve trovare posto. Perché la Torre di Babele non crollò per mancanza di architetti. Crollò perché gli uomini smisero di capirsi.

A Foggia sarebbe già molto se, almeno questa volta, qualcuno provasse a parlare una lingua semplice. Quella dei fatti. Quella degli atti. Quella delle responsabilità. Quella degli elettori. E quella della verità. Il resto è politichese. E di politichese, a Foggia, ne abbiamo già avuto abbastanza.

Oggi, dunque, occhi aperti sul Consiglio comunale.

Sempre che, naturalmente, il numero legale decida di presentarsi anch’esso a Palazzo di Città.

Perché nella politica foggiana, ormai, anche le presenze hanno imparato a fare maggioranza.

A cura di Maurizio Varriano.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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