Sono momenti assai rari. Quasi contro natura, in un tempo nel quale la poltrona viene spesso raccontata come un approdo, la delega come un possesso, l’incarico come una frontiera da difendere fino all’ultimo centimetro. E invece può accadere che un uomo scelga di scendere dalla macchina mentre è ancora in corsa. Non perché abbia smesso di amare la strada, ma perché ritiene che, per continuare a percorrerla con la coscienza tranquilla, sia necessario fare un passo di lato.
È questa la storia che, a Isernia, accompagna le dimissioni di Umberto Di Giacomo.
Non è una storia fatta di trionfi. E forse proprio per questo è una storia politica.
Di Giacomo era arrivato in Consiglio comunale nel 2021, eletto con Volt con 286 preferenze, dentro una coalizione che avrebbe portato Piero Castrataro alla guida della città.
Poi, nell’aprile del 2024, era arrivato in Giunta. Istruzione e politiche educative, servizi per l’infanzia, verde e parchi urbani, decoro urbano: deleghe che raccontano, almeno sulla carta, una politica delle cose quotidiane, quella che raramente fa rumore ma che entra direttamente nella vita delle persone.
E forse è proprio per questo che oggi colpisce la sua decisione. Perché Di Giacomo non dice: me ne vado e basta.
Dice, invece, qualcosa di più difficile da pronunciare: lascio l’incarico, ma non lascio la mia idea di servizio.
È una distinzione sottile e gigantesca.
Qualche giorno fa Andrea Di Rollo ha annunciato il passaggio al gruppo Misto, spiegando che, a suo giudizio, non vi era più corrispondenza tra i suoi ideali e quelli espressi dalla maggioranza. Una scelta maturata nel tempo, accompagnata dalla volontà dichiarata di votare secondo coscienza e non per automatismo di schieramento.
Di Giacomo avrebbe potuto leggere quella frattura come una questione esclusivamente numerica. Avrebbe potuto contare i voti, pesare gli equilibri, attendere il prossimo passaggio amministrativo.
Ha scelto un’altra strada. Ha considerato che il proprio incarico fosse legato anche a una rappresentanza politica e consiliare venuta meno, e ha tratto da questo la conseguenza più personale: dimettersi.
Qui la politica diventa quasi una cosa antica.
Una cosa che ha a che fare con la parola data, con l’onore della responsabilità, con quella parola ormai desueta che è coscienza.
Naturalmente le dimissioni non cancellano gli errori. Non li cancellano le buone intenzioni, non li cancellano gli anni di amministrazione, non li cancella neppure il consenso. E non spetta a un articolo stabilire se ogni scelta compiuta da un assessore sia stata giusta o sbagliata.
Ma una cosa diversa può essere riconosciuta: la coerenza tra una motivazione dichiarata e un atto concreto.
È questo che rende interessante la vicenda.
Di Giacomo non sembra voler trasformare la rinuncia in un addio. Al contrario, promette al sindaco di continuare a seguire ciò che aveva iniziato, di restare disponibile, di lavorare perché i progetti avviati arrivino a compimento.
È una delle immagini più belle della politica: lavorare per qualcosa che forse non porterà più il proprio nome. Seminare senza pretendere di essere presenti quando arriverà la primavera.
E qui il linguaggio dell’amministrazione, per una volta, può permettersi di diventare poesia.
Perché una città è anche questo: un cantiere di cose incompiute, di idee lasciate a metà, di alberi appena piantati che qualcun altro dovrà annaffiare. Chi amministra dovrebbe avere la consapevolezza che quasi nulla comincia e finisce dentro il tempo di un mandato. Le città sono più lente degli uomini. Hanno memoria lunga. Non appartengono a chi le governa, ma a chi verrà dopo.
Forse è questa la parte più preziosa delle parole di Di Giacomo.
Il riconoscimento degli errori.
«Ho fatto sicuramente molti errori», scrive. E subito dopo arriva quella frase semplice, quasi disarmata: «ci ho messo sempre l’anima».
In politica siamo abituati alle frasi perfette, ai comunicati levigati, alle responsabilità sempre altrove. Molto meno abituati a sentire un amministratore dire: non sono riuscito a fare tutto.
Eppure è probabilmente la frase più vera che un amministratore possa pronunciare.
Perché governare una città significa anche scoprire, ogni giorno, la distanza tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si riesce realmente a fare. Significa incontrare persone, uffici, bilanci, norme, imprevisti, resistenze, entusiasmi. Significa imparare che dietro ogni delibera ci sono persone e dietro ogni ritardo c’è spesso una storia.
Di Giacomo racconta proprio questo quando parla delle persone incontrate, ascoltate, delle diverse umanità con cui si è confrontato e che lo hanno arricchito.
È il lato umano della politica.
Quello che normalmente scompare sotto le sigle, le appartenenze, le maggioranze e le opposizioni.
E allora forse questa vicenda non va letta soltanto come l’ennesimo movimento sulla scacchiera del Consiglio comunale di Isernia.
Può essere letta anche come una piccola parabola sul potere. Il potere, quando diventa possesso, ha paura del vuoto. Quando invece viene concepito come servizio, può accettare persino di perderlo.
Non sappiamo quale sarà il seguito di questa storia. Non sappiamo come verrà giudicata, nel tempo, l’esperienza amministrativa di Umberto Di Giacomo. Non sappiamo neppure quanto dureranno gli equilibri politici che oggi sembrano così importanti.
Sappiamo però che un assessore ha scelto di consegnare le proprie dimissioni dopo che un componente del gruppo che ne sosteneva la presenza in Giunta ha lasciato la maggioranza.
E sappiamo che, nelle sue parole, la rinuncia all’incarico non coincide con la rinuncia alla città.
Forse è qui che la politica torna ad avere una dimensione quasi romantica.
Nel momento esatto in cui si perde una poltrona, si può guadagnare una cosa molto più fragile e molto più difficile da conquistare: la possibilità di essere giudicati per ciò che si è fatto e non soltanto per il posto che si occupava.
Una porta che si chiude. Una luce che rimane accesa. E un uomo che dice: non avrò più un incarico, ma continuerò ad esserci.
In tempi nei quali la politica sembra spesso una gara a rimanere, scegliere di andare via può diventare una forma di linguaggio.
Non necessariamente la parola definitiva. Forse, semplicemente, una parola libera.
E la libertà, nella politica come nella vita, comincia qualche volta proprio quando si smette di avere qualcosa da difendere.
A cura di Maurizio Varriano.



