Editoriali

Crisi dei partiti ed ‘impoverimento’ della ‘Bella Manfredonia’


Di:

Corso Manfredonia, Luigi Rignanese

Corso Manfredonia, Luigi Rignanese

Manfredonia – DAL BREVE viaggio effettuato dentro di noi e dentro la nostra Manfredonia, sollecitato dal professor Acquaviva, emerge amarezza e tristezza ma non disperazione; c’è il brutto, più grande e visibile, ed il bello, più piccolo e nascosto, che nel loro insieme richiedono e rendono possibile un approfondimento. E’ chiaro che l’attuale fase di vita della nostra città è di stasi complessiva, di aumento di disuguaglianze sociali e di impoverimento morale, come del resto è in generale nella società italiana. Emblematicamente i partiti e la politica locale sono contemporaneamente specchio e strumento di questa stasi. In tale senso non c’è una contrapposizione tra società civile e società politica: le debolezze dell’una e dell’altra si ritrovano e si rafforzano nell’altra e viceversa, come in un circolo vizioso, anche se qualche studioso, ad esempio il professor Alberoni, ritiene, e non a torto, che la società civile è più sana, non fosse altro perchè complessivamente meno compromessa con la gestione del potere e più attrezzata culturalmente, per cui oggi c’è da proporre il primato dell’etica e della cultura più che della politica. In questa dinamica non c’è una soluzione che possa venire dall’alto, quasi per magia o con la bacchetta di comando di un salvatore della Patria, anche se comportamenti eticamente coerenti di dirigenti politici locali, oltre a più impegno politico diretto di esponenti capaci e competenti della società civile locale, possono sicuramente aiutare. Insomma è visibile nella nostra Manfredonia una realtà sociale dialettica e contradditoria: sia nella società politica che nella società civile ci sono negatività ma anche tante potenzialità, oggi piuttosto emarginate ma pur sempre vive. Certo in questa fase storica prevalgono modalità di far politica dei partiti e dei dirigenti politici, come se si fosse una casta, e quindi prevalentemente interessati a mantenere lo status quo; ma c’è anche il contrario, un diffuso sentimento della necessità di un rinnovamento dell’essere e dell’agire della politica tra la gente di Manfredonia e gli stessi ‘politici di mestiere’, i quali non si propongono tanto e solo per sè stessi, ma per la città. Certo può essere solo gattopardismo o un semplice coprire col manto di luce del bene comune la miseria del proprio tornaconto personale, ma non può essere solo questo perchè le ipocrisie e gli inganni vengono sempre a galla con il tempo, e poi in politica le parole pubbliche sono pietre, e poi ancora ci sono esperienze e provvedimenti amministrativi condivisi ed approvati da politici di diverso orientamento, ci sono individualità politiche di palese onestà intellettuale, meriti e competenze, anche se in competizione, spesso si bloccano e bloccano l’emergere di nuove figure. Naturalmente, il rinnovamento non cade dal cielo, è possibile a certe condizioni ed è legato alla dialettica reale nel e tra i partiti, nel e tra i gruppi sociali; essenziale è anche l’impegno personale e diretto di ciascuno, di più persone possibili. Quali sono queste condizioni ? Ecco alcune indicazioni (possibili)

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1) necessità di una visione d’insieme di Manfredonia fisicamente e socialmente, un nuovo senso di appartenenza da ricostruire come città abitata consapevolmente insieme, con la convinzione  che il sè ed gli altri non sono separati ma due facce della stessa medaglia e con l’idea che se la città è più visibile ed agevole per i più deboli si migliora la condizione di tutti. Occorre superare le barriere visibili ed invisibili sempre più numerose che dividono la nostra città, dove i nuovi complessi edilizi appaiono luoghi separati dal contesto urbano, cittadelle e/o dormitori, ed i vecchi quartieri sono semplici periferie staccate dal centro. 2) necessità di ridare forza al senso del giusto e del bene comune, che pur è dentro ciascuno di noi e nel senso stesso politica, anche se oggi, solo storicamente e non per sempre, è annacquato ed indebolito. Occorre ridare centralità all’etica sociale, come precondizione alla buona politica, da promuovere anche mediante l’istituzione di luoghi e scuole cittadine di formazione alla politica. L’etica, insieme di valori condivisi, non è solo legalità o rispetto delle regole, ma è il legame, il collante, l’elemento unificante, un piccolo paese o una intera società.

Crisi dei partiti ed ‘impoverimento’ della ‘Bella Manfredonia’ ultima modifica: 2009-12-29T10:26:00+00:00 da Silvio Cavicchia



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Commenti


  • kazzam

    Mi permetto di dissentire dagli ovviomi che trasudano dall’editoriale. Una sorta di attesa della provvidenza informa l’intero articolo, una chiamata alla discesa dello Spirito Santo in nome di valori come l’etica sociale in salsa alberoniana (a proposito, chiamare studioso l’editorialista delle sociologiche banalità…). Trasuda soprattutto il tentativo “disperato” di dare ancora un ruolo a ciarpami del passato come i partiti politici e la professione politica, auspicando che questi possano porsi a guida della comunità. Questo auspicio è al cuore del tentativo di mantenimento del disastroso status quo attuale a cui l’editoriale è oggettivamente (quindi al di là delle intenzioni dell’editorialista) servente. Infatti, l’articolo non fornisce nessuna motivazione o dinamica sociale che spieghi perchè una classe politica di livello infimo debba improvvisamente redimersi e diventare motore di sviluppo sociale. L’articolo non da nessuna indicazione di come i partiti politici, ridotti a sfilacciati luoghi dove clientele e benefici individuali si scontrano in una eterna guerra per bande, possano trasformarsi in istituzioni in grado di promuovere classi dirigenti ed identificare progetti e finalità. Senza queste opportune spiegazioni non si comprende come il rospo possa trasformarsi in principe nè chi sia la bella a baciarlo. Anzi resta forte il dubbio che, come avviene a livello nazionale, sia proprio l’editorialista a cercare di essere la bella nel tentativo di accrescere la propria legittimazione nei confronti dei rospi (o sedicenti principi) che infestano Manfredonia.


  • Redazione

    Al signor lettore ‘Kazzam’ (risposta di Silvio Cavicchia):
    – rispondo in via eccezionale al suo commento anonimo, poichè avevo chiesto espressamente al direttore (con approvazione dell’intera redazione, dato che costituisce una prerogativa inderogabile che vale per tutti nd GdF), fin dall’inizio della mia collaborazione al presente giornale, che i commenti pubblicati, pur fortemente da sollecitare e benvenuti data la loro utilità per un confronto pluralistico e democratico, non fossero coperti da anonimato. Ciò perchè, in coerenza con quanto vado scrivendo e cercando di praticare da anni, ritengo fondamentale l’etica della responsablità personale ma anche perchè l’anonimato, oltre che abitudine malsana e ‘sfuggente’, distorce e quasi distrugge lo stesso mezzo informatico ed Internet nel suo valore di ‘spazio di libertà’. A parte il tono incomprensibilmente astioso ed un pò saputello, ed alcune illazioni gratuite e completamente campate in aria, esprimenti quasi un atteggiamento giudicante, come di colui che sta in alto pronto a lanciare come saette proprie proiezioni e precostituito di rivalsa personale (ci conosciamo ? il lettore ha letto bene il presente ed i precedenti articoli ? ) ritengo le affermazioni di Kazzam in gran parte fondate, anche perchè esprimono molto del senso comune prevalente (ovviomi ? ) e sollecitano riflessioni ed approfondimenti. Pertanto mi piacerebbe (e sarebbe cosa buona e giusta) continuare questo confronto con altre sue ulteriori considerazioni ed analisi su questo giornale e/o in un altro modo, esplicitamente e non in modo anonimo. Punti di vista diversi, specialmente se documentati ed articolati, rappresentano infatti ricchezza, individualmente e collettivamente. Al momento preciso solo due cose, una nel merito e l’altra nel metodo.
    1) l’etica sociale non appartiene a sociologi, a cui solo per formazione, attualità e comodità di ragionamento ho fatto riferimento, ma all’intera umanità. E’ stata progressivamente costruita nel tempo dagli uomini per migliorare la propria condizione di vita e superare la bestiale legge del più forte. In forma sistematica e collettiva appartiene prima alla cultura greca antica (ma anche in forme specifiche ed originali all’Oriente) e poi, ancora di più, al Cristianesimo ed alla cultura dell’Occidente e, perciò, sia pure in forma precaria appartiene ed è dentro ciascuno di noi, anche se messa continuamente in crisi (a proposito del professore Alberoni, delle cui pubblicazioni da anni anche io non condivido quasi niente, è comunque da molti riconosciuto il valore culturale di libri, quali “Movimento ed Istituzioni’ ed ‘Innamoramento ed Amore’.
    2) le mie analisi si fondano su un approccio dialettico ed empirico in base al fatto che la realtà sociale non sia bianca e/o nera ma pluralmente e diversamente colorata, perchè complessa ed articolata e comunque non riducibile ad un modello rigido che si può avere in testa. Pertanto, dette analisi sono per definizione parziali ed incomplete. Non ci sono verità indiscutibili (come il lettore Kazzam sembra invece possedere) ma solo convinzioni, idee e risultati di ricerche da proporre all’attenzione di chi vorrà, in autonomia e libertà, riflettere, dentro e fuori di sè. Nello scrivere non c’è da condannare, assolvere, difendere, offendere od accusare chicchesia, ma solo riportare fatti, porre interrogativi, prospettare punti di vista comunque dubbiosi, fare un pò di luce su problemi sociali della nosrta città. Ciò cerco di fare nei miei articoli, indicando anche alcune proposte che ritengo possano migliorare il nostro vivere, senza per questo rinunciare a precise scelte personali.In attesa della nascita e crescita di un confronto di idee, analisi e proposte pubbliche e non anonime, su questo giornale e/o in altro modo, confronto a cui invito ancora il lettore Kazzam e tutti quelli che vorranno.
    Porgo i miei più distinti saluti e gli auguri di un buon 2010,

    Silvio Cavicchia


  • kazzam

    Rispondo eccezionalmente alla risposta in via eccezionale al mio commento. Nessun astio personale in quanto non ho il piacere di conoscere il giornalista. La conclusione si riferiva metaforicamente al rapporto tra giornalisti e potere politico. A volte si riesce meno chiari di quanto si creda.
    Nel mio breve commento avevo chiesto quali fossero le dinamiche che consentissero la trasformazione di una classe politica inetta nel motore della crescita ed evoluzione di Manfredonia. Non scorgo risposta nel suo commento, tranne l’ammissione della parzialità dell’analisi. Mi sono limitato a porre un dubbio: quello che i richiami contenuti nell’articolo o non fossero applicabili vista l’inadeguatezza della classe politica o lo fossero solo in quanto tale classe poteva riformarsi e migliorare per non so quale miracolo. Credo che la risposta alle mie domande sia il tema vero del confronto; è utile questa classe politica o il fatto che la classe politica sia così inadeguata mette in crisi il senso stesso degli istituti della rappresentanza democratica (partiti, consigli comunali, etc.)? Serve una democrazia nella quale il ruolo politico sia “occupato” da una classe di soggetti del tutto incapaci di una qualsiasi visione ma estremamente risoluti ad impedire qualunque forma di ricambio e/o di osmosi con la società civile? Ha senso parlare ancora di società civile in contesti degradati come quelli del Meridione? E se sì, per quanto tempo ancora?
    Caro Cavicchia il suo compito è meritorio. Ma credo che i tempi e l’entità del disastro sociale e morale di queste terre meritino uno scatto in avanti in termini di approfondimenti ed analisi. Anche a costo di qualche spigolosità di troppo. D’altra parte, scrivere è anche dare giudizi o fornire opinioni che contengono elementi di giudizio. Se non fosse così, non sarebbe utile scrivere e neanche interessante leggere.
    Ricambio calorosamente gli auguri di un fruttuoso 2010, ma mi permetta solo un ulteriore appunto: l’unica verità indiscutibile che ho riscontrato è quella con cui lei sostiene il valore culturale dei volumi di Alberoni. Tuttavia cultura e scientificità delle conclusioni non si misurano con le edizioni tascabili.


  • Redazione

    Alcuni brevissimi appunti, da un semplice osservatore:

    – “Ha senso parlare ancora di società civile in contesti degradati come quelli del Meridione? E se sì, per quanto tempo ancora?”: saranno anche ambienti degradati e tesi verso l’assenteismo, il disfattismo, il nullismo, il nichilismo ed altre passività ‘a random’ di tal genere (critico), ma non apporta sicuramente alcuna valida positività, all’ardua impresa di ribaltare questo sistema (malsano), un atteggiamento del tipo ‘so ma non posso, nè tantomeno volevo che le cose cambiassero, perchè io non c’ero e se c’ero non sentivo o dormivo’. Inoltre: allo stadio attuale delle cose, forse non avrebbe senso parlare di società civile neanche in contesti ‘più evoluti’ come quelli del ‘Settentrione’.

    – Il professore Cavicchia aveva posto comunque una prerogativa basilare per qualsiasi tipo di commento ‘postato’ sul ns quotidiano: devono essere firmati, devono essere inderogabilmente riconducibili ad esseri umani qualificabili, anche per poter proseguire queste disamine (acute) tramite confronti diretti (e/o forum, non crede ?)

    – Le auguro, in ogni modo, i miei, i nostri più sinceri auguri per il nuovo anno e La ringrazio per l’interesse mostrato per il nostro giornale, Giuseppe d.F. (Stato)


  • Gian Mario Giuliani

    Vorrei entrare in contatto con Silvio Cavicchia. Sono un suo vecchio amico e collega sociologo (Facoltà di Trento). Da anni sto cercando di rivederlo. L’ultima volta in cui ci siamo incontrati è stato quando lui abitava a Cantù e io a Milano.
    Potrei, per favore, avere il suo e-mail ?
    Grazie e cordiali saluti.
    Gian Mario Giuliani

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