È una strage senza colpevoli, consumata a due passi dal centro di Milano. Nella notte di Capodanno del 1999, in piazzale Dateo, tre persone furono uccise a sangue freddo: Pierfranco Talgati, Paulo Barboza dos Santos, detta Paula, e Clement Wattoru Tantirige. L’assassino non è mai stato identificato, nonostante anni di indagini serrate. Un delitto che ha segnato l’ultima notte del Novecento e che Milano non ha mai dimenticato.
Secondo magistrati e investigatori, l’uomo che sparò era un professionista. Alcuni testimoni lo videro fuggire dopo essere sceso da un’auto scura, indicata da alcuni come una Porsche, da altri come una Panda. Capelli ricci, movimenti rapidi, poi il nulla. Tre morti e nessuna pista risolutiva.
Le vittime erano Pierfranco Talgati, operaio bergamasco di 51 anni, Clement Wattoru Tantirige, immigrato cingalese di 27 anni, e Paulo Barboza dos Santos, trans brasiliana di 29 anni. Furono uccisi con due pistole, una Beretta e una Tanfoglio. Da qui l’ipotesi di un killer ambidestro, capace di sparare con entrambe le mani.
La ricostruzione investigativa parlò di un possibile rapporto sentimentale tra Talgati e Barboza. L’assassino avrebbe deciso di colpire Paula dopo un rifiuto, mentre Wattoru sarebbe stato nel posto sbagliato al momento sbagliato, eliminato perché forse aveva visto o sentito troppo. Un unico indagato finì sotto inchiesta, ma fu scagionato.
Il movente è rimasto il grande enigma. Paula non aveva nemici, non era coinvolta in traffici illeciti né legata alla criminalità organizzata. Eppure, quella sera, aveva ricevuto tre telefonate da cabine telefoniche. In una di queste, da una parrucchiera, urlò e minacciò l’interlocutore, lasciando intuire un clima di forte tensione. Con le tecnologie di oggi, forse, qualche risposta in più sarebbe arrivata.
Le indagini batterono ogni pista senza risultati. La Porsche scura portò a sospetti poi archiviati. Un pregiudicato fu scagionato dallo Stub. Un altro, Mauro F., conoscente di Barboza, venne indagato per pochi giorni e prosciolto per assenza di prove. Anche la pista dei proiettili difettosi, utilizzati pure dalle forze dell’ordine e collegati a rapine ai caselli di Carugate e Agrate, sembrò promettente. A casa di Walter D. furono trovate due pistole murate, ma risultarono inutilizzate da anni: anche lui scagionato.
Negli anni emerse persino l’ipotesi di un serial killer, Andrea Arrigoni, guardia giurata accusata di altri omicidi tra il 2004 e il 2005 e morta in una sparatoria con la polizia. Neppure quella pista portò a una svolta. Tra i testimoni ascoltati nel palazzo di via Uberti, dove abitava Barboza, comparve anche Fabrizio Corona, allora giovane fotografo: un dettaglio rimasto senza conseguenze.
Dopo quella notte, la città visse giorni drammatici: nove morti in nove giorni. Scoppiò una durissima polemica politica sulla sicurezza, con il sindaco Gabriele Albertini contro il governo di centrosinistra, il premier Massimo D’Alema e il ministro dell’Interno Rosa Russo Jervolino. Milano finì al centro del dibattito nazionale, mentre la strage di piazzale Dateo restava, e resta ancora oggi, un mistero irrisolto.
Lo riporta leggo.it.



