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“Buona partenza e buona restanza”. La difficile dialettica di chi parte e di chi resta

AUTORE:
Michele Illiceto
PUBBLICATO IL:
30 Maggio 2022
Manfredonia //

StatoQuotidiano.it, Foggia 30 maggio 2022. La vita è fatta di partenze e di arrivi. Di attese e di ritorni. Di fughe e di appiattimenti. Ma anche di rivoluzioni e di resistenze. C’è chi parte per scappare e chi parte per ricominciare. Ma c’è anche chi resta, il quale o lo fa per pigrizia e per ottemperanza a un ideale di cambiamento e di fedeltà alla propria terra e alle proprie radici. Con l’aggiunta poi che chi resta viene giudicato male, come se fosse un vile, troppo attaccato alla propria terra, incapace di rinnovarsi. E’ proprio così?.

In questo suo nuovo libro appena uscito, dal titolo La Restanza (Einaudi 2022), Vito Teti, famoso antropologo calabrese di San Nicola da Crissa, nelle Serre vibonesi, affronta questi temi in modo davvero originale e profondo, rovesciando la prospettiva, e provando ad affiancare a una “letteratura del viaggio” una, altrettanto meritevole e feconda, del “restare”. Anzi, nota che «Almeno negli ultimi diecimila anni la stragrande maggioranza delle persone è stata «restante», legata al luogo in cui nasceva, viveva, moriva, a volte senza mai spostarsi dal villaggio o dal centro in cui abitava» (p. 96).

E’ una operazione che compie facendo leva sul termine «restanza» – un neologismo in uso da qualche anno – allo scopo di «raccontare i rimasti, le loro storie “in assenza” di qualcosa o di qualcuno», o per esprimere «il viaggio da fermo di chi resta», per riflettere, contemporaneamente, «sul radicamento archetipico ad un luogo di chi parte. Sentimenti speculari e contrapposti che originano dalla conservazione del sé e che chiedono di raccontare la fecondità ideologica di una coincidentia oppositorum» (p. 14).

E’ su questa contrapposizione, artificiosamente inventata, che si fonda la logica del rifiuto che poi sfocia con troppa facilità in quella inospitalità che ci rende reciprocamente stranieri oltre che estranei. L’autore, citando un proverbio della sua terra. dice che «Lu jire e lu venire Deu lu fice (L’andare e il tornare sono stati creati da Dio…due esperienze radicali e diverse che confinano e si implicano nello stesso ragionamento» (p. 17). Insomma, ogni erranza presuppone una restanza. Volendo chiamare in causa J. Lacan, si può dire che mentre la figura dell’erranza rappresenta il desiderio, la figura della restanza incarna il legame. E noi siamo ambedue le cose: desiderio e legame, viaggio-erranza e radice-restanza.

Certo, l’autore chiarisce da subito che non si tratta di un «elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni. Lo so e lo sento il senso profondo del migrare in permanenza, l’epica della resistenza e della rivoluzione nella restanza» (p. 16).

Insomma chi resta non è un perdente, uno sconfitto o un rassegnato. Chi resta mostra un altro tipo di coraggio, che è quello del solo preservare, ma anche del prendersi cura e del custodire, del farsi carico dei luoghi dimenticati. Si, perché come ci vuole coraggio a partire ci vuole anche coraggio a restare. E poi diciamola tutta, chi resta non smette di viaggiare. Anzi, come sottolinea lo stesso Teti, «Per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine» (p. 16).

Esistere è contrarre un debito con la vita. Con i luoghi che ci accolgono e le persone che ci hanno aspettato. Ma anche con il tempo che ci ospita. Siamo tutti chiamati a «misurarci col debito che contraiamo con un luogo e con un tempo; un tempo spazializzato che sfuma nella sostanza metafisica del tempo coscienziale» (p. 22). Restare è assolvere a questo debito. E’ pagare il prezzo per ciò che ci è stato donato gratuitamente e che forse, in fondo, un vero prezzo non l’ha.

Siamo radicamento e trascendenza. Radicamento per restare e trascendenza per viaggiare. E «Cultura – scrive Teti – è ciò che ci àncora ad un angolo di mondo e ci consente di trascenderlo, è espressione e proiezione e della percezione e della consapevolezza – esplicita e implicita – che gli individui hanno della loro vita e del loro tempo. Una dialettica dei distinti che già presenta la sua tensione all’unione nelle dimensioni archetipiche del genere umano» (p. 22).

E’ chi resta che dà senso a chi parte. Se non ci fossero i restanti non ci sarebbero i viaggianti. Infatti, nota ancora acutamente Teti, «Il viaggio di Ulisse non avrebbe senso senza l’attesa di Penelope e la reciprocità non aliena l’irriducibile alterità di queste tensioni ontologiche. La modernità nasce con il mito dell’eroe che parte e ritorna e con il mito della donna che resta ferma e attende» (Ivi). Forse molti non restano perché non sanno più aspettare. O, se restano, vivono un’attesa passiva, ripiegata sul già dato. Infatti, sottolinea l’autore, ci sono attese attive e attese passive. L’attesa attiva è dinamica, e configura «una restanza ricca di futuro» (p. 13). Chi resta sa che «L’attesa non è da confondere con la passività, con l’immobilismo, con l’apatia. L’attesa spesso è sofferenza, ma è anche speranza, pazienza, capacità di ripensare e di rinnovare l’esistenza. L’attesa è attenzione» (p. 22).

Un errore della postmodernità è avere separato e contrapposto il migrare e il partire dal restare. E invece no! Essi sono due poli dialettici di una medesima istanza: quella dell’accrescimento conoscitivo e adattativo. «Partenza o attesa, scelta di restare o di partire, fuga definitiva o ritorno, pur nella polarizzazione dilemmatica in cui si incardinano, hanno dato origine a nuove relazioni tra le persone, tra i ceti sociali, tra i gruppi familiari, hanno costruito nuove mentalità e, sempre, nuove identità, si sono costituiti come poli dialettici di accrescimento conoscitivo” (23).
Insomma, «Rimasti e partiti non possono fare a meno gli uni degli altri. Chi resta fermo in qualche modo si sente in viaggio, chi parte in qualche modo si sente rimasto» (Ivi). Una cosa certa è che ogni viaggio esteriore esige sempre, per convesso, un tragitto interiore.
Restare non è cristallizzarsi o fossilizzarsi. Tant’è che, scrive Teti, «Nei luoghi dove si resta non si cristallizzano consuetudini e culture, anzi, nella breve durata, dopo un periodo in cui rischia di spezzarsi, di ridursi a frammenti, il corpo del luogo lasciato assume una nuova solidità, si rideterminano proiezioni e tensioni. Lo spostamento delle persone riduce nel breve termine la tensione sociale, determina qualche miglioramento, lievi benefici. Il corpo-paese si dissangua, perde persone ed energie, ma la perdita di sangue sembra funzionare come una sorta di salasso che aiuta il corpo a ristabilirsi, ad assumere una nuova fisionomia» (p. 25).
Purtroppo ci sono molte attese senza ritorni e molti ritorni che nessuno più s’aspetta: «L’attesa spesso è stata «disattesa» e ad una partenza non è corrisposto un ritorno» (p. 29). Di conseguenza, «Si può sostenere, pertanto, che la mobilità dell’universo tradizionale, nel bene e nel male, si è fondata sull’apporto di chi è partito, molte volte senza tornare, e di chi è rimasto, in tanti casi senza attendere» (p. 29).

In definitiva, restare e partire sono due modi diversi di appartenere alla terra, di considerarla, di viverla. Non due modi contrapposti ma complementari. Senza esaltare i primi a discapito dei secondi, questa frattura va ricomposta, e tocca a noi tutti farlo. Culturalmente, emotivamente, socialmente e politicamente. Aspettando chi parte e non dimenticando chi resta. Infatti, «Se chi parte ha il sogno di costruire un mondo nuovo, chi resta sente il dovere di essere fedele al mondo vecchio che ha ereditato, che gli è stato affidato» (p. 42).

La restanza è una categoria per ripensare i piccoli paesi e le politiche adottate nei loro confronti: «Il paese potrebbe ripresentarsi come un corpo aperto, dinamico, capace di accogliere, meta per chi cerca “altro” quando la metropoli degenera in un’omologante monotonia» (p. 97). Ma per farlo bisogna intenderla non come una forma passiva propria di chi subisce gli eventi di una realtà locale che pare essere immodificabile e già da sempre decisa, ma come un forma di resistenza attiva. Una restanza consapevole e fiera che si fa lotta per il cambiamento senza scappare in un altrove percepito e vissuto solo come un’illusoria proiezione.

L’autore non propone una visione romanticheggiante del restare. Al contrario, operando una sorta di disincantamento della falsa memoria fine a se stessa, afferma che «Bisogna smetterla di raccontare favole sui paesi e sul restare. Chi tra i rimasti non vorrebbe fuggire?» (p. 85).

E avverte che «I paesi non si rigenerano con gli slogan, con proposte estemporanee che seducono per fascinazione. Non basta ristrutturare qualche casa per invertire dinamiche di infragilimento umano e di rarefazione dei servizi di prossimità spesso oltre la soglia dell’irrimediabilità. Le soluzioni “facili” aiutano poco ed oscurano la complessità del riabitare possibile dei paesi. Riabitare significa ricostruire comunità, creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, per favorire il ritorno di chi vuole tornare, per accogliere chi ha maturato la scelta della vita da paese» (p. 89)

Teti è consapevole che senza «un’offerta adeguata di servizi di cittadinanza essenziali – la scuola, la farmacia, i trasporti locali, la connessione a internet, un presidio sanitario di prossimità – il ritorno in “vita” di qualche casa non sarà sufficiente per consentire un’esistenza dignitosa ai residenti e per contrastare il declino» (p. 89).

Ripensare la restanza è ripensare il futuro. Infatti, «Oggi restare ha invece un segno del tutto diverso, e i paesi possono diventare luogo di un possibile futuro a condizione che siano pensati in maniera nuova, che si affermino diversi modelli di sviluppo, mutamenti di stile di vita, usi adeguati delle risorse, un rinnovato rispetto del territorio. Non si prospetta un improponibile ritorno al passato mitizzato del paese, ma si esprime la consapevolezza che le zone interne hanno un enorme capitale di risorse ambientali, paesaggistiche, culturali» (p. 97).

In sintesi, oggi c’è bisogno di una logica nuova: non basta pretendere che si abbia coraggio, ma è necessario che qualcuno cominci a incoraggiare il coraggio. E questo per il solo fatto che «Partire o restare non è una scelta che si compie senza dilemmi, incertezze, lacerazioni, conflitti, anzi, a volte non è nemmeno una scelta, ma una necessità, un obbligo» (p. 31). Molti criticano il restare come una sorta di strategia identitaria. Come se avere una propria identità sia una colpa. Ma non è così. «Fughe verso nuovi siti e ritorni alle macerie disegnano i confini di un radicamento identitario spesso inalienabile. Non è facile allontanarsi dai luoghi in cui si è cresciuti, si possiede la casa, la campagna, l’orto, dove esistono relazioni di vicinato, dove ci sono il cimitero e la chiesa» (p. 36).

Dice bene Teti quando scrive che «Non è facile andare via, nessun pragmatismo ne legittima e allevia il dolore, e la scelta di restare non è mai una sterile e nostalgica forma di attaccamento ai luoghi. Siamo costitutivamente il luogo in cui siamo nati e cresciuti, siamo i luoghi che abbiamo abitato; siamo i luoghi sognati e desiderati e siamo anche i luoghi da cui siamo fuggiti e che a volte abbiamo odiato, per urgenza d’esistere al di fuori e al di là del perimetro noto. Ogni luogo non è solo articolazione spaziale, ma anche dimensione della mente e richiede un’organizzazione simbolica tramata di tempo, memoria ed oblio» (p. 40).

Ecco, allora, la sfida che il libro lancia: «Il termine restanza indica la scelta di restare vissuta non piú come immobilismo e rinuncia, ma come un modo di opporsi allo svuotamento dei paesi, alle difficoltà delle aree interne, al vuoto delle montagne e, per tanti versi, al vuoto delle periferie controbilanciando la forza inerziale del fatalismo con la capacità di guardare e riconsiderare il passato secondo inedite prospettive di riscrittura del presente, di guardare il centro dalla periferia, di partire dai margini, dai luoghi apparentemente persi alla vita» (p. 98). D’altronde il verbo “res-stare” ha molte affinità con il verbo “res-sistere”, per indicare uno “stare-resistendo”, sulla falsariga di tante suggestioni del filosofo J. P. Sartre, per il quale “e-sistere” significava “re-sistere”; o meglio “engagement”.

Perciò, elogio del partire ma anche elogio del restare. E d’ora in poi, quando vediamo qualcuno partire, è bene continuare a dirgli “Buona partenza”, ma è giusto che, anche quando vediamo qualcuno che ha il coraggio di rimanere, gli diciamo “Buona restanza!” Per unire il nostos di chi parte alla pietas di chi resta.

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