Edizione n° 5374

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Macondo – la città dei libri

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
30 Giugno 2012
Stato news //

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Dalla ferita all’impegno ∞
di Piero Ferrante

Una sera di luglio, un ragazzo che torna a casa dal lavoro, una famiglia che l’aspetta con la stessa abitudine con cui s’attende il trillo del citofono che annuncia il postino a mezzogiorno. Michele Fazio, il 12 luglio 2001, non aveva neppure 16 anni. Lavorava in un bar per non gravare su papà Pinuccio e su mamma Lella. E per coronare il suo sogno di diventare Carabiniere. Un piccolo simbolo di giustizia, proprio lì, nel cuore di Bari vecchia, scampolo di Levante sotto controllo assoluto della criminalità organizzata.

Michele chiama Pinuccio col cellulare, riattacca, poi il nulla. Nei vicoli di Bari, nel dedalo di piazze notturne a due passi dal mare, i rumori di motorini, le urla, gli spari di una pistola. I due metri di ragazzo che è Michele si schiantano al suolo, freddato per sbaglio. A notarlo bocconi è Rachele, la sua sorellina, che s’affaccia alla finestra del bagno. La fine di Michele segna l’inizio della storia di Pinuccio e Lella, lo scoppio dell’ordigno della dignità. Già. Perché gli assassini del loro figlio non sono semplicemente ‘mostri’. Sono qualcosa di più. “Sono nostri”, amano ripetere. Sono la gente che li circonda e li ha sempre circondati. Sono i vicini scomodi, sono quelli che hanno tutto e che, per averlo, abiurano la legalità, gettandosi in braccio ad una vita di sangue e morte. Sono i furbi, sono i ricchi, sono gli esempi per i giovani del centro storico del capoluogo pugliese; sono i benefattori, sono gli scrittori delle storie sbagliate. Sono tutto e il contrario di tutto, sono quelli che possono permettersi di avere le finestre e le porte aperte, che cenano con anguria, birra e canne, sono le bande di donne che armano i figli e i nipoti minorenni.

Sono infine quelli che si sono offerti di coprir d’oro il silenzio di Lella e Pinuccio e che invece si sono trovati rovesciati addosso cascate di parole e di sguardi velenosi, destinatari del grido e dell’impegno. Gli stessi che Francesco Minervini ha immortalato ne “Il grido è l’impegno. La storia spezzata di Michele Fazio”. Il libro, edito da Stilo e pubblicato la primavera dell’anno scorso, è la summa delle emozioni scaturite da una vicenda assolutamente sporca. È la storia di un cambiamento avvenuto, la paura che si converte in speranza e in forza, le persiane sempre chiuse che si spalancano alla luce. È il trionfo della narrazione, l’enzima che annienta il silenzio. Perché il silenzio, la mancata partecipazione, l’omertà, restano forme di partecipazione e in esse s’annida e si rafforza il sistema criminale.

Settanta pagine fitte come una selva di salici piangenti, che servono per puntellare la nostra memoria di uomini e di pugliesi. Settanta pagine che trasudano rabbia, commozione, emozione. E che sono contagiose, facendoci arrabbiare, commuovere, emozionare. Settanta pagine senza eroismi né eroi, senza la retorica di certa antimafia. Non un testo d’inchiesta, non di cronaca. Piuttosto, il diario postumo di due persone normali che hanno smesso gli stracci di vittime per vestirsi di quelli di testimoni.

Francesco Minervini (con prefazione di don Luigi Ciotti), “Il grido è l’impegno. La storia spezzata di Michele Fazio”, Stilo 2011
Giudizio: 3 / 5 – Inno alla resistenza
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∞ Interno croato con acredine ∞
di Roberta Paraggio

Due feti senza nome galleggiano in un liquido amniotico temporalesco, in quel buio incerto sentono il mondo, ascoltano pensieri e malumori transgenerazionali. Una mamma che non sa di portarli nella pancia, una bisnonna bisbetica e nostalgica di Tito, una nonna esausta, un nonno obnubilato dalla guerra, uno zio con due lauree appena rientrato dall’America a causa di una fasulla malinconia.

La Croazia narrata in “Come i negri a Firenze”, ultimo romanzo di Vedrana Rudan, non ha nulla a che vedere con quella in cui i riccastri, italiani e non, vanno ad abbronzarsi i posteriori biancastri. Leggiamo di una Zagabria post bellica dove i segni della guerra non sono rimasti nelle case, ma nella mente crivellata di chi ogni giorno si alza per guardare nel vuoto, fumare e a volte masturbarsi. Come i negri a Firenze, appena edito da Nikita è un libro amaro, dove non c’è spazio per sentimentalismi e malinconia, dove le bisnonne sono cattivissime vecchiette che vogliono fregare il prossimo, le nonne sono donne senza cuore, abbrutite dal lavoro di badante a Trieste, a quattro passi da casa, così da poter rientrare ogni venerdì e vedere la famiglia allo sfascio che chiede euro, kune, insomma soldi.

E se nelle vite normali qualcuno ha uno scheletro nell’armadio, i personaggi di questo libro hanno un intera legione di carcasse che producono un assordante clangore, amanti, soldi nascosti, crimini di guerra ben più gravi di quelli che si possa immaginare. Aspro, come il bianco della scorza di un pompelmo, cattivo come un reduce alienato, una storia in cui non si solidarizza con nessuno, dove ognuno pensa a se stesso, in un trionfo di individualismo e strafottenza. Le parole sono conati di violenza e rancore, c’è una coazione a ripetere il male che non è facile descrivere, e che a volte trascende verso una volgarità disperata, una tracotanza dall’anima oppressa che non ubbidisce più a nessuna razionalità ma solo ai più bassi istinti.

La bisnonna odia la donna che ha partorito e detesta i nipoti. La figlia spera che la madre muoia presto, o almeno prima di lei, mentre guarda suo marito inebedito e pensa all’amante tracagnotto che in Italia la ripaga con borsette griffate, lui si chiama Antonio, è pelato, quasi cieco ma sgancia i soldi…La nipote, inconsapevolmente incinta di due gemelli ha paura di avere un figlio serbo anche se per metà sarà croato. E qui c’è anche lo spazio per un risentimento che la ex Jugoslavia non ha superato se non con un trattato scritto a migliaia di km da dove tutto accade da gente che la guerra non l’ha quasi vissuta.

Vedrana Rudan è un mitragliatore impazzito che sputa fuoco, è la voce di chi non sente il peso del perbenismo, è un vetro acuminato sui tendini tesi, è una squotitrice di coscienze in modalità centrifuga a tremila giri, strizza i personaggi, li sbatte, li asciuga privandone i filtri di decenza confezionata, ottenendo però lo sporco che si annidava nelle fibre di ognuno.

Vedrana Rudan, “Come i negri a Firenze”, Nikita 2012
Giudizio: 3,5 / 5 – Senza pietà
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SCELTO DA MAMMEONLINE
di Donatella Caione

“QUELLA SERA DORATA” (di Peter Cameron)
Tenero, delicato e nello stesso tempo forte, che riesce a prenderti e catturarti, è questo romanzo di Cameron. Un giovane dottorando sceglie per la sua tesi un autore contemporaneo, morto suicida da pochi anni, acora giovae. Deve scrivere la sua biografia, ma deve essere una biografia autorizzata e quindi si reca dagli Stati Uniti in Uruguay dove vivono, nella stessa grande casa, splendida e in decadimento, in una strana convivenza, la prima moglie dello scrittore e la seconda compagna mamma di una bambina avuta da lui. E in un vecchio mulino poco distante vivono il fratello dello scrittore con il suo giovane compagno. In un paesino che in realtà paese non è chiamato Ochos Rios, dove però fiumi non ce ne sono e vi è solo un meraviglioso cielo stellato, di notte, e una natura bella e selvaggia. C’era un lago artificiale, creato dai genitori dello scrittore, per potervi fare navigare una gondola, una vera gondola, che ha dato il nome all’unico romanzo dello scrittore. Tra questi strani personaggi che da varie parti del mondo e per vari motivi si ritrovano a vivere in questo splendido e meraviglioso isolamento, ognuno, chi più chi meno, intrappolato da fantasmi del passato, sogni non realizzati, pezzi di vita non vissuti il giovane Omar rivede la sua vita, i suoi progetti, il suo rapporto sentimentale…
Dal libro è stato tratto un film, che vedrò appena possibile. Sono sempre scettica sui film tratti da libri che ho amato, ma il fatto che la regia sia di Ivory lo trovo promettente. Penso che sarà riuscito a cogliere que che per me è stato centrale nel libro: il fascino di una vita fondata sulle emozioni, sulla ricerca di sè, sull’dentità che traspare dal clan dello scrittore, così in contrasto con la concretezza fin troppo mirata e finalizzata della giovane fidanzata ricercatrice di Omar. E poi Omar… che si trova al centro e cammina sulla linea di confina tra questi due mondi…

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CONSIGLIATI DA STATO E DALLA LIBRERIA STILELIBERO
MACONDO CONSIGLIA XVIII PUNTATA


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LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Maurizio De Giovanni, “Il metodo del coccodrillo”, Mondadori 2012
2. Maurizio De Giovanni, “Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi”, Einaudi 2011
3. Maurizio De Giovanni,“Per mano mia. Il Natale del Commissario Ricciardi”, Einaudi 2011

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA (fonte: ibs.it)
1. Andrea Camilleri, “Una lama di luce”, Sellerio 2012
2. E.L. James, “Cinquanta sfumature di grigio”, Mondadori 2012
3. E. L. James,“Cinquanta sfumature di nero”, Mondadori 2012
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LE 7 PUZZETTE SOTTO IL NASO DEL LETTORE… UNO SCRITTO DI MARILU’ OLIVA
tratto dal blog di Marilù Oliva, Libroguerriero

(libroguerriero.worpress.com)
Il lettore non ha sempre ragione (come del resto non ha sempre ragione l’acquirente, altrimenti si entrerebbe in una logica in cui l’ultima parola spetta solo a chi compra: non è l’esborso di soldi che fa la differenza, ma la qualità delle tesi sostenute). Questo non è un post contro i lettori, figuriamoci. Io stessa sono in primis una lettrice, ma da autrice devo ammettere che delle volte si incontrano dei lettori meravigliosi, profondi, attenti. Quando ti scrivono e ti parlano del tuo romanzo dimostrandoti di aver afferrato anche quello che tu avevi nascosto nel fondo del fondo di alcune righe – un richiamo apparentemente distratto, una metafora, un’assonanza – o quando ti parlano dei tuoi personaggi come se ci fossero appena stati a bere insieme, io mi dico: Ne valeva la pena di scrivere anche solo per questo. E’ un grandissimo privilegio avere un lettore così.

Però esistono differenze anche tra lettori.

Il lettore va rispettato, va trattato con serietà e del suo parere va assolutamente tenuto conto. Ciò non toglie che, delle volte, anche alcuni lettori dicano delle sciocchezze. Non succede spesso, è vero, ma a me e ad altri colleghi è capitato. Di imbatterci in lettori con la puzzetta sotto il naso. Qualcuno ne va pure fiero, della sua puzzetta, quasi fosse un segno di distinzione, e la ostenta con un po’ di supponenza.

Nello specifico ecco le 7 PUZZETTE SOTTO IL NASO individuate. Così mi hanno detto alcuni:
1- Io non leggo italiani (E allora perché non smetti di mangiare le tagliatelle e ti rimpinzi solo di crauti? Spesso quest’affermazione è accompagnata da una smorfia schifata. Consiglio per tale categoria di lettori: andate a ripassarvi un po’ di letteratura italiana. Almeno il Novecento + qualche autore contemporaneo)
2- Io non leggo le donne (Ossignur! Quanti nomi potrei fare a codesti – uso il maschile plurale ma in questo gruppo rientrano anche molte lettrici donne –, ma mi limito. Leggetevi: Michela Murgia, Amélie Nothomb, Ágota Kristóf, Elsa Morante, etc etc).
3 – Io leggo solo grandi editori (Cosa ti perdi, poveretto! Il mio consiglio è di rimediare al più presto)
4 – Io non leggo thriller (noir/gialli/e da qui spaziano a una piramide ipotetica che scandisce personalissime distinzioni gerarchiche. Lettore: a parte che non imporsi dei limiti aprioristici è sempre salutare, è la storia e la scrittura che rendono fuoco un libro, non il genere!)
5- Io leggo solo letteratura alta (Male. Molto male. Non si apprezzano i piani alti se non si conoscono i bassifondi)
6- Io leggo solo classici (Premesso che i classici non si discutono e sono imprescindibili, pensa un po’, caro lettore, se qualche intelligentone avesse detto la stessa cosa a Pirandello, quando lui non era ancora un classico)
7- Io non leggo un libro dove si parla anche di xxx perché non mi piace la xxx (E’ sempre un preconcetto. E come tale è dannoso. E’ come se io dicessi: Non leggo “Guerra e pace” perché mi fa schifo la guerra)

[In collaborazione con la Libreria StileLibero di Foggia]
Per consigli, precisazioni, indicazioni, suggerimenti, domande, curiosità, collaborazioni, dubbi, potete scrivere a macondolibri2010@gmail.com

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Un politico pensa alle prossime elezioni, un uomo di stato alle prossime generazioni. (James Freeman Clarke)

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