Ieri sera, nonostante la calura e l’umidità opprimente, si è accesa una lampadina che nella storia di ogni civiltà, in cui il rumore diventa così assordante da impedire perfino il pensiero, nel tempo in cui tutti parlano e quasi nessuno ascolta, la eco della “Tempesta Silenziosa” di Alessandro Baricco ha avuto il merito di restituire dignità al silenzio. Non come assenza di parole, ma come spazio nel quale le idee possono finalmente respirare. Anche la Puglia, proprio a Manfredonia, dove l’acqua spinge forte verso l’Europa che conta, sembra voler percorrere quella strada.
Non è un caso che il nuovo corso culturale promosso, anche grazie alla già sperimentata rassegna “Festival delle Terra d’Acqua” voglia riportare il libro al centro della piazza. Del resto, la Magna Grecia ci ha insegnato che le piazze non nascono per applaudire, ma per discutere.
E discutere significa anche disturbare e per questo un libro dal titolo “Democrazia deviata” merita molto più di una presentazione. Merita un contraddittorio. Perché i libri non sono reliquie. Sono provocazioni.
Alessandro Di Battista sostiene una tesi tanto semplice quanto potente.
La democrazia italiana non sarebbe morta. Sarebbe stata lentamente spostata altrove. Le urne restano. I governi cambiano. Ma il baricentro del potere, secondo l’autore, si sarebbe trasferito nelle stanze dove il voto non entra: finanza, grandi gruppi economici, organismi sovranazionali, apparati burocratici, sistemi mediatici.
È una riflessione seria. Liquidarla con sufficienza significherebbe ignorare decenni di studi sul rapporto tra economia e politica.
Ma una democrazia vive anche di un’altra regola. Chi accusa deve accettare di essere interrogato. Ed è qui che il libro cambia pelle. Perché Alessandro Di Battista non è un osservatore seduto in tribuna. È stato uno degli attori principali della partita. La sua voce possiede l’autorevolezza di chi racconta ciò che ha visto. Ma proprio per questo porta con sé il peso di una domanda inevitabile.
Quando finisce la testimonianza e dove comincia la corresponsabilità?
Il Movimento 5 Stelle nacque come una tempesta. Prometteva di abbattere il Palazzo. Di aprire il Parlamento “come una scatoletta di tonno”. Di cancellare privilegi, mediazioni e liturgie della vecchia politica. Poi è arrivato il governo. Poi i compromessi. Poi la Lega. Poi il Partito Democratico. Poi Mario Draghi. Infine le scissioni.
La rivoluzione si è trasformata in amministrazione.
È successo perché il sistema era troppo forte? O perché il potere possiede una capacità antichissima? Quella di assorbire i propri contestatori. Nella mitologia greca esisteva il Labirinto. Non era costruito per impedire l’ingresso. Era costruito per rendere impossibile l’uscita. La politica italiana gli somiglia terribilmente. Molti entrano per cambiarla. Pochissimi riescono a uscirne senza esserne cambiati.
Ed è forse questa la vera domanda che attraversa tutto il libro.
Non se la democrazia sia stata deviata. Ma quando la coerenza abbia iniziato a perdere l’orientamento. La politica italiana, del resto, possiede una straordinaria capacità mimetica. Chi governa finisce sempre per accusare chi governerà. Chi lascia il potere scopre improvvisamente tutte le sue ingiustizie. Chi esce dal Palazzo ne diventa il critico più feroce. È accaduto decine di volte. Il rischio è che accada ancora.
Per questo le domande diventano più importanti delle risposte.
Perché il referendum sul finanziamento pubblico riguarda l’editoria e non l’intero sistema dell’informazione? Perché il nuovo movimento si chiama Schierarsi, proprio mentre la politica sembra aver trasformato gli schieramenti in semplici contratti a tempo determinato? Perché il pensiero dell’economia civile di Stefano Zamagni continua a rimanere una splendida periferia culturale, mentre il profitto occupa il centro del dibattito pubblico? Non sentenze ma domande che partono da lontano, dal momento in cui tra Di Maio e Alessandro tutto finisce.
Perché le sentenze appartengono ai tribunali. Le domande appartengono alla cultura.
Ed è proprio la cultura a ricordarci una verità che la politica dimentica troppo spesso. La coerenza non consiste nel non cambiare mai idea. Consiste nello spiegare perché la si cambia. Senza retorica. Senza alibi. Senza riscrivere il passato.
Se Alessandro Di Battista riuscirà a raccontare anche la propria parte di responsabilità, “Democrazia deviata” diventerà un libro destinato a durare.
Se invece il male continuerà ad abitare sempre e soltanto fuori da noi, allora il rischio sarà quello di aggiungere un’altra pagina al grande romanzo italiano delle occasioni perdute. Perché la democrazia raramente muore per mano dei suoi nemici. Più spesso si consuma nell’abitudine dei suoi amici. E forse è proprio questo il paradosso più doloroso. La democrazia non viene tradita il giorno in cui qualcuno tenta di abbatterla.
Comincia a indebolirsi il giorno in cui chi aveva promesso di salvarla smette di interrogare se stesso.
Da Socrate in poi, la domanda è sempre stata il primo atto della libertà. Le risposte, invece, arrivano spesso quando la libertà è già in ritardo
A cura di Maurizio Varriano.



