Ci sono luoghi che raccontano l’anima di Vieste meglio di qualsiasi immagine. Il faro che domina l’isolotto davanti alla costa è uno di questi: una presenza silenziosa che di giorno si confonde con il paesaggio e al tramonto torna a imporsi come guida luminosa per chi attraversa l’Adriatico.
Oggi quella luce si accende in automatico. L’uomo del faro non c’è più. Con lui è scomparsa una figura simbolica: il custode che controllava i fanali, viveva in isolamento e regolava la propria esistenza seguendo il ritmo del mare. Resta la luce, ma soprattutto resta la memoria di chi l’ha custodita per quasi quarant’anni: Michele Casamassima.
Per oltre un secolo quel fascio luminoso ha attraversato le notti dell’Adriatico, diventando un riferimento per pescatori, marinai e naviganti. Per la comunità locale non era solo un segnale marittimo, ma un vero simbolo identitario della città e del suo rapporto con il mare.
La storia di Casamassima, però, inizia lontano dall’acqua. «Venivo dalla campagna. La mia vita era a Toritto. Avevo l’azienda agricola, lavoravo la terra e avevo persino aperto un’agenzia di assicurazioni», racconta. «Non avrei mai immaginato di trascorrere gran parte della mia vita su un’isola».
La svolta arriva nel 1979 con un concorso pubblico. Dopo la formazione, la destinazione iniziale sarebbe stata Alghero, ma la scelta personale lo porta a Vieste. «Era considerata una sede disagiata, ma la scelsi senza sapere davvero cosa mi aspettasse. E quel faro è diventato casa mia».
Il faro sorge su un isolotto vicino alla costa, ma il mare può trasformare pochi metri in una barriera insormontabile. Quando il vento si alza, l’isolamento diventa totale. «Per raggiungerlo serviva la barca. Quando il mare era grosso potevi restare bloccato anche per giorni. Bisognava avere sempre scorte di tutto: acqua, viveri, carburante. Era il mare a decidere i tempi della vita».
L’inizio non è semplice. «Mi pentii quasi subito. Guadagnavo meno di prima e mi chiedevo chi me l’avesse fatto fare». Poi la scelta diventa permanenza, e il faro si trasforma in abitudine e responsabilità.
La luce, infatti, non poteva mai spegnersi. «La luce doveva funzionare sempre, senza eccezioni. Chi è in mare di notte si affida a quella luce. È la terra che ti aspetta, la certezza di non essere solo nel buio».
Con il passare del tempo, la vita al faro si riduce sempre più alla solitudine. Prima tre persone, poi due, infine una sola. «Gli ultimi vent’anni li ho vissuti completamente da solo. Natale, Pasqua, Capodanno: sempre lì. Guardavo le luci di Vieste e sapevo che la mia famiglia era a pochi metri, ma a volte sembrava un altro mondo».
Nel quotidiano si costruiscono piccoli rituali per riempire il silenzio: il canto, la pesca, l’attesa. «Il mare mi ha insegnato la pazienza. Ci sono giorni in cui puoi solo aspettare».
Ma il mare sa essere anche minaccioso. Durante le tempeste, il faro diventa un punto esposto alla forza dell’Adriatico. «Quando le onde superavano la diga foranea faceva paura. Capivi quanto siamo piccoli davanti alla natura».
In quelle notti il compito del guardiano assumeva il suo significato più profondo: restare l’unico presidio umano mentre tutto intorno si muoveva con violenza.
«In quei momenti capivi di essere davvero solo», ricorda Casamassima. Una solitudine totale, interrotta solo dalla luce che continuava a segnare la rotta nel buio.
Oggi il faro continua a funzionare, ma senza il suo guardiano. E quando il sole cala e il promontorio si spegne nella notte, quella luce torna a disegnare il mare come ha fatto per generazioni.
«Quel faro mi è rimasto dentro», conclude Casamassima. «Ci sono luoghi che non si lasciano mai davvero, perché diventano parte di te».
Una storia che racconta non solo un mestiere scomparso, ma anche un pezzo di identità legato al mare e alla sua memoria.
Lo riporta lagazzettadelmezzogiorno.it.



