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FOGGIA EPISCOPO Foggia, il trionfo del “va tutto bene”. Peccato che fuori dal Palazzo la città racconti un’altra storia

Ventidue delibere? Venti voti favorevoli? Bilancio in equilibrio? Avanzo di amministrazione da 21,5 milioni? Tutto bene, anzi benissimo

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
30 Luglio 2026
Foggia // Politica //

Ventidue delibere? Venti voti favorevoli? Bilancio in equilibrio? Avanzo di amministrazione da 21,5 milioni? Tutto bene, anzi benissimo.

Se si guardasse soltanto l’aula del Consiglio comunale, Foggia sembrerebbe una macchina amministrativa perfettamente oliata.

Nessun problema finanziario, fondi accantonati, revisori soddisfatti, investimenti in arrivo, trasporto pubblico che si avvia verso il nuovo affidamento in house e persino una nuova Consulta della Cultura.

Applausi. Poi però si esce dal Palazzo di Città. E lì comincia un’altra storia.

Perché la politica non si misura soltanto con i bilanci che quadrano. Si misura con la fiducia che riesce a generare. Si misura con la capacità di dare una prospettiva a una comunità che da anni vive una crisi profonda di rappresentanza, di entusiasmo e perfino di partecipazione.

Ed è proprio questo il punto.

La maggioranza continua a vincere tutte le votazioni. Ma vince cosa?

La sensazione è quella di una politica che ha smesso di discutere per limitarsi ad amministrare l’esistente. Una politica che preferisce la pace degli equilibri alla fatica delle idee. Una politica nella quale le tensioni vengono ricomposte non attraverso il confronto pubblico ma attraverso quella ricerca continua di mediazioni che finisce per rendere tutti un po’ più vicini e tutte le differenze un po’ più sfocate. Il risultato è un Consiglio comunale che approva quasi tutto e un dibattito politico che sembra approvare quasi niente.

È la normalizzazione permanente.

La città discute di sicurezza, periferie, commercio che arretra, giovani che continuano ad andare via, servizi che arrancano. Il Palazzo risponde con delibere tecnicamente corrette, certamente necessarie, ma incapaci di trasmettere l’idea di una svolta.

Persino la nascita della Consulta della Cultura lascia aperta una domanda tanto semplice quanto inevitabile.

Perché? Quale vuoto istituzionale colma? Quale decisione non poteva essere presa senza questo nuovo organismo? Quali poteri concreti avrà?

La delibera parla di partecipazione, confronto, proposte, sei aree tematiche, sedute pubbliche e verbali online. Tutto condivisibile. Ma la domanda resta lì, ostinata.

Serviva davvero un’altra Consulta?

O servivano più risorse, una programmazione culturale stabile, bandi puntuali, sostegno alle associazioni, spazi funzionanti e una strategia capace di trasformare la cultura in sviluppo?

Perché il rischio è sempre lo stesso: creare organismi che producono documenti invece di risultati.

La partecipazione non nasce per decreto. Si costruisce quando chi partecipa sa che la propria voce cambia davvero le decisioni. Altrimenti resta una fotografia da inserire nei comunicati stampa.

Anche sul trasporto pubblico la politica chiede un atto di fiducia. L’affidamento in house viene presentato come la strada migliore. Può esserlo. Ma sarà il servizio a parlare, non le delibere. Autobus puntuali, mezzi moderni, corse affidabili e quartieri collegati: sarà questa la vera prova.

Per il resto, la maggioranza continua a contarsi e continua a dimostrare di avere i numeri.

Ma i numeri del Consiglio non coincidono automaticamente con quelli del consenso. Perché fuori dall’aula non basta dire che il bilancio è in ordine. I cittadini chiedono una città in ordine.

E sono due cose molto diverse.

L’impressione, sempre più marcata, è che la stagione politica foggiana stia vivendo una fase in cui l’obiettivo principale non sia più convincere la città, ma mantenere l’equilibrio del Palazzo. Tutti dialogano con tutti, gli attriti si smussano, le distanze si accorciano. La stabilità diventa il valore assoluto.

Ma la stabilità, quando diventa un fine e non uno strumento, rischia di trasformarsi in immobilismo.

Una democrazia locale ha bisogno di confronto, di maggioranze che governano e opposizioni che incalzano. Ha bisogno di idee che si scontrano, non soltanto di voti che si sommano.

Perché se alla fine tutti sono soddisfatti dentro il Palazzo, mentre fuori cresce l’indifferenza, allora la domanda da porsi non è se il bilancio sia in equilibrio.

È se lo sia ancora il rapporto tra la politica e la città.

Ed è una domanda alla quale nessuna delibera potrà mai rispondere.

A cura di Maurizio Varriano.

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