Cinema

E’ stato il figlio – D. Ciprì, 2012


Di:

Toni Servillo e Daniele Ciprì (fonte: ansa.it)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Titolo originale: E’ stato il figlio
Nazione: Italia, Francia
Genere: grottesco

DRITTO dalla 69ª Mostra di Venezia piomba nelle sale dal 14 settembre l’acclamato lavoro di Daniele Ciprì, E’ stato il figlio, al suo primo lungometraggio dopo la separazione artistica – ci si augura temporanea – da Franco Maresco, entrambi autori di pregiato cinema italiano controcorrente. D’impianto grottesco come nella migliore tradizione dei due registi, si narra la storia della famiglia palermitana di Nicola Ciraulo, della sua miseria e di un evento che sconvolgerà la vita dei componenti.

E' stato il figlio - poster

Volti, deformità, colori infuocati, crudo ed esplosivo (ir)realismo popolare, di tanto verismo mediato da iperboliche amplificazioni surreali è infarcito il ben noto cinema del duo e non si fa fatica a vederne tracce in questo primo lavoro solitario di Daniele Ciprì. Tracce, solo poche tracce, apparendo, alla visione, il regista volersi incamminare su una strada personale che non rinneghi il proprio passato e che al contempo di esso diventi un’appendice, quasi uno spin-off artistico. Le figure caricaturali, le maschere irreali da teatro siciliano dell’assurdo sono ancora lì, ma Ciprì abbandona il maledettismo conclamato ad autocompiaciuto del “mondo cinico tv” e si concentra sulla storia, di cui i personaggi sono solo marionette coprotagoniste anziché solisti baricentro. Il soggetto, semplice, è il pretesto per il racconto di un mondo greve, miserevole, marcio, ed in tanto ancora si scorgono evidenti i segnali grafici del decadentismo dei primi lavori in coppia con Maresco, qui più lievi, soffusi, come a dirci che è giunto il momento di usare quella ormai vecchia novità come mezzo poco invasivo e non più come protagonista assoluto, per giocare con altro e finire per raccontarci dell’altro.

L’altro, già. Ma dov’è?
Fuori dalle maschere, molto meno atroci e disturbanti dei freak dei vecchi film e più macchiettistiche, sono molti, tanti, troppi i colpi a vuoto, i passaggi fiacchi e senza nerbo che lasciano solo intravedere le intenzioni, purtroppo quasi mai raggiunte. Il ricorso alla estrema localizzazione non riesce praticamente mai ad essere calamitante, divertente, in una sola parola “necessaria”, e i protagonisti, pur bravi, vengono diluiti in molti litri di sceneggiatura acquosa non alla loro altezza. Ad irritare, paradossalmente, finiscono per essere proprio loro, gli interpreti, giocati male e forzatamente disegnati in sagome che vincono in immagine ma non per opportunità.

E' stato il figlio - dal film

Servillo dimostra la sua solita versatilità in un personaggio grottesco, dal sorriso teatrale, bravissimo nell’uso di un dialetto che non gli appartiene, ma è più volte troppo insistito, come se il regista avesse pensato più alla vignetta che al film. Sulla stessa linea, ancor più smaccatamente, è la coprotagonista, Giselda Volodi, moglie nella finzione, che appare addirittura irreale, inquietante, una specie di bellissima creatura bartoniana ma le cui smorfie risultano spesso assolutamente inutili e fastidiose per eccesso e non indispensabilità. Il figlio, interpretato da Fabrizio Falco, l’unico a non vestire una maschera in senso stretto, svolge serenamente il suo ruolo ma non brilla, e l’unica vera attrice tout-court, in un ruolo minore, è la nonna della famiglia, Aurora Quattrocchi, che mostra netto il limite corretto che tutti avrebbero dovuto mantenere in questo film tra disegno somatico e recitazione. I personaggi minori, di contorno alla famiglia Ciraulo, rispondono in proporzione degli stessi “pregi” e difetti: ancora belle sagome ma meno calcate e dalla scarsa presenza, profondità, introdotte ma non ben sviluppate, con il solo risultato di svolgere il loro ruolo fisico di pezzi del presepe palermitano. E in tal senso, allora, riusciva molto meglio De Crescenzo coi suoi “pupazzi”, appoggiati a sceneggiature deboli ma meglio studiati, sicuramente più caratterizzanti della realtà che voleva descrivere, efficaci e, in fondo, meritevoli dell’affezionamento dello spettatore. Il finale, che vorrebbe mettere a frutto disperazione e grottesco in una miscela micidiale, svolge così labilmente il suo lavoro giacché il carico del film risulta annacquato e fragile.
Nota di cinefilia per un marmoreo Alfredo Castro (il narratore) – che però si preferisce di gran lungo nei disturbanti film di Pablo Larraín, Tony Manero in primis – e nota di campanile per le location pugliesi – il film è in realtà stato girato nel brindisino col supporto della Apulia Film Commission.

Al cinema, sul manifesto del film, era affisso con una puntina, a scopo promozionale, uno stralcio di giornale che recitava “8 minuti di applausi a Venezia”.
Questo, sì, vero grottesco da Leone d’Oro.

Valutazione: 4.5/10
Spoiler: 7/10

Copertina: Toni Servillo e Daniele Ciprì (fonte: ansa.it)


altreVisioni

La bestia uccide a sangue freddo, F. Di Leo (1971) – tipico caso di cult movie utile ad evidenziare quanto mitologia e qualità siano ambiti non interconnessi. Ridicolo sotto ogni fronte * 2
I ragazzi del massacro, F. Di Leo (1969) – poliziesco dalla struttura semplice ma ben orchestrato grazie a una valida scenggiatura. Psicologie ed attori non all’altezza * 6.5
Il ritorno di cagliostro, D. Ciprì & F. Maresco (2003) – tra grottesco, felliniano e mockumentary, un gioiellino imperdibile con un B/N meraviglioso. Alcune sequenze memorabili, è l’Ed Wood burtoniano attraverso la lente deformante del duo Ciprì/Maresco * 8
Another Earth, M. Cahill (2011) – drammatico con sfondo sci-fi, cerca originalità in regia e soggetto, ma vi riesce solo in parte. Il nucleo drammatico è poca cosa * 6.5

In Stato d’osservazione

Bella addormentata, M. Bellocchio (2012) – Venezia 2012 * 6set
Pietà, K. Ki-duk (2012) – Leone d’Oro Venezia 2012 * 14set
Reality, M. Garone (2012) – Grand Prix Cannes 2012 * 28set

E’ stato il figlio – D. Ciprì, 2012 ultima modifica: 2012-09-30T13:26:42+00:00 da Alessandro Cellamare



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