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SAN FRANCESCO ASSISI Festa di San Francesco Assisi: rileggere il Cantico delle Creature oggi

Che cosa insegna Francesco con il suo Cantico delle creature a noi figli del consumismo e troppo dipendenti dalla tecnologia, nell’era della tecnocrazia?

AUTORE:
Michele Illiceto
PUBBLICATO IL:
30 Settembre 2026
Attualità // Manfredonia //

Che cosa insegna Francesco con il suo Cantico delle creature a noi figli del consumismo e troppo dipendenti dalla tecnologia, nell’era della tecnocrazia?

In primo luogo ci insegna la donatività.

Il creato si dà, non lo si prende, ma lo si riceve. Non lo si cattura, non lo si imprigiona, non lo si viola, ma lo si rispetta, lo si segue non lo si insegue. Il creato ci viene donato. E’ tracia di alterità. E’ un dono e non un puro “dato” oggettivabile. Per un non credente e in chiave filosofica la natura dona se stessa da se stessa, che i greci chiamavano “fiusis”. Per Francesco la natura rimanda a Dio, per un non credente la natura è un mistero da custodire e rispettare, un mistero da scoprire e di fronte a cui provare stupore e e meraviglia. Non una potenza nemica da temere e da cui difendersi, ma un grande enigma da indagare e scoprire con la mente e la conoscenza. Sia per credenti che non credenti la natura è un mistero da contemplare e non solo un bacino di risorse da sfruttare.

La donatività esige uno sguardo contemplativo e non uno sguardo possessivo e speculativo. La donatività fonda la condivisione sociale: se il creato lo riceviamo, allora lo dobbiamo a nostra volta donare. In questo senso, il creato ha una dimensione sociale. Il creato, che si dà e che si fa dono, ci insegna il dono. Francesco scopre che il creato come dono ci insegna a donarci l’uno all’altro ciò che la terra ci offre.

La seconda cosa che ci insegna il Cantico è la recettività.

Tutti i filosofi ci hanno detto che non siamo noi l’origine di ciò che è. Non siamo né l’origine di noi stessi né l’origine di ciò che la natura ci pone innanzi. I primi filosofi Già i primi filosofi greci, della Scuola di Mileto, chiamati “Fisici monisti”, dicevano che il principio –  cioè l’Arkè – di tutte le cose era o l’acqua (Talete) oppure l’aria, il soffio (Anassimene). Con il Cantico Francesco riconosce una dimensione religiosa e poetica della natura come creato, da non ridurre alla sola dimensione economica e consumistica.

Questo vuol dire che il creato ci precede e ci eccede: non è riducibile a sola immanenza, ma ha una sua “trascendenza”. Una sua spiritualità.

Francesco vede le creature come parte di sé e sé stesso come creatura tra le creature. Noi siamo in esso ed esso in noi, come legati da un invisibile legame che ci accomuna. Il creato non è solo fuori di noi, ma è anche dentro di noi. Esso è in noi e noi in esso. Perciò, violarlo è violare noi stessi. Rispettarlo è rispettare noi stessi. Il male che facciamo al creato si ritorce contro di noi.

Ma trascendenza significa anche che il creato è oltre noi, e guardarlo significa essere trasportati laddove noi non possiamo arrivare. Leopardi avrebbe detto provare dinanzi a sé un senso di Infinito. Il filosofo Pascal, estasiato, in esso si perdeva.

Per tutti questi motivi, il creato va accolto e ricevuto, non va rubato, strattonato, strapazzato, vilipeso. Accoglierlo significa avere la consapevolezza che non è nostro, non abbiamo il diritto di prenderlo, ma solo il privilegio di riceverlo come un dono. E i doni vanno restituiti, vanno messi in circolo. Il creato non è privatiuzzabile.

Col suo Cantico, Francesco ci insegna che in fondo il creato ci ospita e che noi, ospitati, siamo chiamati ad ospitare. Vivere da ospiti e non da padroni, vuol dire che siamo di passaggio. Siamo viandanti e no sedentari.

Francesco ci invita a recuperare la dimensione spirituale e poetica, direi ascetica del creato e non solo economico-strumentale.

(….continua).

A cura di Michele Illiceto.

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