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SAN GIOVANNI ROT San Giovanni Rotondo. Quando il miracolo finisce in busta paga

Fondazione San Pio da Pietrelcina riconosce le difficoltà, le carenze di donazioni e inizia l’epurazione annunciata. Per fortuna che per i vertici va tutto bene!

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
30 Settembre 2026
Gargano // Manfredonia //

A San Giovanni Rotondo perfino le parole sembrano avere paura.
Qui, da decenni, si racconta il miracolo. Quello della fede, naturalmente. Quello di Padre Pio, delle folle, dei pellegrini arrivati da ogni angolo del mondo, delle candele accese, delle mani giunte, delle persone che salgono fin quassù portandosi addosso una malattia, un dolore, una speranza.
Ma c’è anche un altro miracolo, molto più terreno: quello di migliaia di persone che, negli anni, hanno lavorato intorno a quella fede. Hanno aperto porte, custodito luoghi, accolto pellegrini, ordinato folle, vigilato sul silenzio dei luoghi sacri.

Persone che hanno fatto funzionare la macchina dell’accoglienza mentre altri pregavano. Ed è proprio qui che la storia comincia a diventare surreale.

Perché mentre a San Giovanni Rotondo si continua a parlare di missione, accoglienza, sostenibilità e futuro, 38 lavoratori rischiano di diventare improvvisamente il passato.

La Fondazione San Pio da Pietrelcina ha avviato una procedura di licenziamento collettivo che riguarda 38 dipendenti su 89, impiegati nei servizi di sacrestia, accoglienza e servizio d’ordine. Secondo quanto riferito dai sindacati e riportato dalla cronaca di StatoQuotidiano, la procedura è stata formalizzata il 24 settembre e viene motivata dall’aumento dei costi del personale legato al rinnovo del CCNL Sacristi 2026-2029 e dalla contrazione dei flussi di pellegrini.
I sindacati Filcams e Fisascat Cisl chiedono il ritiro della procedura e un confronto con Regione Puglia, ITL e Arpal, contestando che le difficoltà economiche possano essere scaricate sui lavoratori e sulle loro famiglie.

E allora fermiamoci un momento. Trentotto. Non è un numero. Sono trentotto porte di casa. Trentotto famiglie. Trentotto storie. Trentotto persone che fino a ieri erano parte del funzionamento ordinario di un luogo straordinario e che oggi rischiano di diventare, nel linguaggio asettico della riorganizzazione, una voce di costo.

Un esubero. Una parola terribile proprio perché sembra innocua. Perché un esubero non esiste. Esiste una persona che improvvisamente costa più di quanto il sistema ritenga di poter sostenere. E allora la domanda viene fuori da sola: che razza di miracolo è quello nel quale, per salvare i conti, bisogna sacrificare chi ha custodito il luogo del miracolo?

Naturalmente i conti contano. Un ospedale non può essere amministrato con le Ave Maria. Una Fondazione non può vivere eternamente di buone intenzioni. La sostenibilità è una necessità. Ma proprio perché i conti contano, bisogna guardarli fino in fondo. Bisogna capire dove si è arrivati e perché.
E questa storia non arriva dal nulla.

Arriva dopo mesi nei quali intorno a Casa Sollievo della Sofferenza si sono accumulate notizie e interrogativi sulla situazione economica e sul futuro dell’opera fondata da Padre Pio. Nel maggio 2026 la Santa Sede ha istituito una Commissione di indirizzo e vigilanza sulla Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, con il compito di esaminare la situazione economica, patrimoniale, operativa e gestionale e individuare soluzioni per assicurare la sostenibilità dell’opera.
Detto in parole povere: il Vaticano è entrato nella stanza dei conti. Non per guardare i quadri. Per capire quanto pesa la casa. Quanto costa. Quanto deve. Quanto può ancora sostenere.
StatoQuotidiano ha raccontato nei mesi scorsi le difficoltà attraversate da Casa Sollievo e dalla Fondazione, dando conto della situazione debitoria e del percorso di risanamento, ma anche delle dichiarazioni del direttore generale Gino Gumirato, secondo il quale la struttura aveva interrotto la produzione di nuovo debito e stava lavorando al riequilibrio.

Ad agosto, Vatican News ha riferito che tra le priorità della Commissione vi erano anche la stabilizzazione dei rapporti con il personale, il rafforzamento della collaborazione con le istituzioni pubbliche, il reperimento di risorse e la riduzione delle passività. Ed è qui che la storia assume contorni quasi onirici. Da una parte c’è una grande macchina che deve essere risanata. Dall’altra ci sono uomini e donne che devono vivere. In mezzo c’è un Santuario. Sopra, Padre Pio. Sotto, i bilanci. E nel mezzo, ancora, ci sono le persone.

Quelle che aprono una porta. Che indicano una cappella. Che fermano una folla. Che accompagnano un pellegrino. Che lavorano quando gli altri pregano.
Poi arriva il bilancio. E il bilancio, si sa, non conosce nessuno. Non conosce il volto del sacrestano. Non sa chi abbia lavorato a Natale. Non sa chi abbia garantito un turno lasciando a casa un figlio malato. Conosce soltanto colonne. Entrate. Uscite. Costi. Ricavi. E alla fine una parola: esuberi.

Un foglio Excel può cancellare una riga. Non può cancellare le conseguenze di quella riga. E qui arriva il paradosso. La stessa terra che ha costruito una delle più grandi esperienze di solidarietà del Mezzogiorno si trova oggi a discutere di come rendere sostenibile quella stessa eredità. La domanda, allora, non può essere soltanto: chi costa troppo?

Deve essere anche: come siamo arrivati fin qui?
Quali alternative sono state valutate? Quali costi ridotti? Quali servizi eventualmente esternalizzati? A quali condizioni? E quanto vale l’esperienza di chi quei servizi li ha garantiti per anni? Perché se la risposta alla crisi è semplicemente spostare il costo da una colonna all’altra, non siamo davanti a una soluzione.
Siamo davanti a una trasformazione del problema.

I sindacati contestano proprio questo: che il prezzo del risanamento finisca sulle spalle di chi ha meno potere contrattuale. E allora c’è una domanda che non può essere liquidata con una formula: chi paga il prezzo del risanamento?
Perché Casa Sollievo non è soltanto un bilancio. Il Santuario non è soltanto un flusso di pellegrini. La Fondazione non è soltanto un centro di costo. E quei 38 lavoratori non sono soltanto una percentuale. Sono parte della storia materiale di quel luogo.

La crisi va affrontata. I conti vanno risanati. Le inefficienze, se esistono, vanno corrette. Le responsabilità, se ci sono, vanno ricostruite. Ma bisogna avere il coraggio di mettere tutto sul tavolo: debiti, entrate, donazioni, costi, investimenti, esternalizzazioni, prospettive.
E anche quei 38 nomi. Uno per uno. Non come esuberi. Come persone.
Perché c’è una differenza enorme. Un esubero si taglia. Una persona si ascolta. E allora permettiamoci, per una notte, di lasciare i bilanci sul tavolo e di entrare nella fantasia.

Immaginiamo che Padre Pio torni davvero a San Giovanni Rotondo.
Che attraversi il Santuario. Che guardi i pellegrini. Poi entri nella stanza dove sono seduti i contabili. Sul tavolo ci sono bilanci, tabelle, percentuali, costi. Padre Pio guarda i numeri. Poi guarda quei 38 nomi. E domanda: «Questi quanto costano?» Silenzio. Poi ne fa un’altra: «E quanto valgono?» Questa volta il silenzio diventa assoluto.
Perché la prima domanda appartiene all’economia. La seconda appartiene all’uomo. Ed è forse lì che si è perso qualcosa: nel punto esatto in cui abbiamo cominciato a confondere il valore di una persona con il suo costo.
E allora lasciamo per un momento i miracoli al cielo. Qui, sulla terra, ce n’è ancora uno possibile. Molto meno spettacolare. Molto più difficile.
Trovare una soluzione senza dover sacrificare qualcuno.

Perché salvare una Fondazione è importante. Salvare un ospedale è indispensabile. Salvare un patrimonio è doveroso. Ma salvare una casa senza salvare chi quella casa la abita e la manda avanti ogni giorno rischia di essere un’impresa soltanto contabile.
E una casa può restare in piedi. Può avere muri splendenti, porte aperte, campane, luci, migliaia di pellegrini. E tuttavia essere vuota. Perché una casa non è fatta soltanto di muri. È fatta dalle persone che la tengono viva.
E allora la domanda finale non è quanto costino quei 38 lavoratori.

È molto più semplice. Molto più feroce. Molto più umana: quanto costa perdere l’anima di un luogo mentre si tenta disperatamente di salvarne i conti?
Prima che quelle 38 porte si chiudano, sarebbe bene aprirne una. Quella del confronto. Quella della trasparenza. Quella delle alternative. Quella della responsabilità.

Perché forse il vero miracolo che oggi San Giovanni Rotondo dovrebbe chiedere non è che qualcuno faccia comparire nuovi soldi dal nulla. È che nessuno venga considerato sacrificabile prima che siano state cercate tutte le strade per salvarlo.

Domani le luci del Santuario si accenderanno ancora. Arriveranno pellegrini. Qualcuno pregherà per un figlio, qualcuno per una madre, qualcuno semplicemente per sé. E qualcuno aprirà quelle porte. Ma quelle porte non si aprono da sole. Ci sono persone che le hanno aperte per anni. Persone in carne e ossa. Con un nome. Un cognome. Una famiglia. Una storia. Uno stipendio. Una dignità.

E allora, almeno per una volta, lasciamo che il miracolo non finisca in una cassetta delle offerte. Non finisca in un bilancio. Non finisca in una percentuale. Non finisca in una procedura. Facciamo che il miracolo, questa volta, sia trovare un modo per non perdere nessuno. Perché salvare una casa senza salvare chi la abita non è salvarla. E  soltanto lasciarla in piedi, vuota. E una casa vuota, per quanto grande, famosa e sacra possa essere, non è più una casa.

 

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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