Raffaele Sollecito torna a ribadire la propria convinzione sull’innocenza di Alberto Stasi, l’uomo condannato per l’omicidio di Chiara Poggi, e invita allo stesso tempo a evitare che il caso di Andrea Sempio venga trasformato in un nuovo processo mediatico. Sollecito, accusato e successivamente scagionato dall’accusa di aver partecipato a Perugia all’omicidio di Meredith Kercher, ne ha parlato con l’ANSA.
«Alberto Stasi è innocente, senza alcun dubbio», ribadisce Sollecito. Sul procedimento che riguarda Andrea Sempio, invece, preferisce non esprimersi: «Su Andrea Sempio non dico nulla: il processo mediatico l’abbiamo già subìto in troppi».
L’ingegnere informatico, che ha trascorso quasi quattro anni in carcere per l’omicidio della studentessa inglese, dal quale si è sempre dichiarato estraneo, sottolinea di non voler formulare valutazioni sulle indagini attualmente in corso.
«Ci tengo a precisare una cosa: non spetta a me stabilire cosa sia successo in quel laboratorio nel 2007», afferma. «Spetta a chi indaga, e spero lo faccia fino in fondo».
Sollecito richiama quindi la propria esperienza giudiziaria per evidenziare le conseguenze che, a suo avviso, possono derivare dalla mancata acquisizione di alcuni elementi nel fascicolo processuale.
«Quello che so – sottolinea ancora Sollecito – è cosa significa stare dentro un processo dove ciò che non torna non entra nel fascicolo. Secondo la Procura di Pavia, due analisi negative del 2007 sui pedali della bici di Alberto Stasi non risultano in alcun atto del processo e sono state ritrovate solo nel 2025 tra i dati grezzi. Lo ribadisco, assumendomene la responsabilità: per me Alberto Stasi è innocente, senza alcun dubbio. Contro di lui non ci sono mai state prove oggettive, solo una ricostruzione. E oggi scopriamo che quella ricostruzione poggiava anche su un dato che, secondo la Procura, il giorno dopo era già risultato negativo».
Nel suo caso, ricorda Sollecito, la questione riguardò invece una traccia individuata su un coltello indicato dagli inquirenti come arma del delitto.
«Nel mio processo – ricorda Sollecito – è successa la cosa speculare. Sul coltello (indicato come l’arma del delitto dagli inquirenti – ndr) c’era una traccia così scarsa che lo strumento non riuscì nemmeno a quantificarla: fu amplificata una sola volta e, per leggerla, fu abbassata la soglia di lettura della macchina. La Cassazione ha scritto che si trattava di una traccia di ‘esigua entità (Low Copy Number)’, con un’amplificazione non ripetibile, e mi ha assolto in via definitiva. Su tracce minime un risultato vale solo se si ripete, e le ripetizioni devono stare nel fascicolo».
Sollecito conclude ribadendo di non voler cercare una rivalsa personale, ma di chiedere maggiore trasparenza nella gestione degli elementi scientifici utilizzati nei procedimenti giudiziari.
«Non cerco vendetta», ribadisce Sollecito. «Chiedo che ognuno si assuma pubblicamente le proprie responsabilità e che i dati grezzi e i log di ogni analisi siano sempre depositati e messi a disposizione di tutte le parti».
Lo riporta ansa.it.



