CulturaRicordi di storia
A cura di Salvatore Aiezza

2 novembre. Viaggio tra riti, credenze e tradizioni


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In una terra come quella della nostra Provincia, legata ad antiche tradizioni, infatti, non poteva non essere forte e radicato nei popoli che li abitano, il culto  per i nostri cari che hanno lasciato questo mondo.. Qui la devozione per le anime dei cari che non ci sono più è qualcosa che fa parte della vita di tutti i giorni. Il defunto, resta sempre come una persona presente. In tale  contesto, il culto per i morti, , non poteva non assumere una connotazione speciale. Interi nuclei famigliari si muovono,  per raggiungere i loro Paesi natii, anche molto distanti dal luogo di residenza, per onorare i loro cari defunti; commemorarne il ricordo con la visita al cimitero e la deposizione di fiori e lumini, ma anche per rivedere parenti e trascorrere a volte anche poche ore, insieme. E’, questa, occasione di incontro con vecchi conoscenti e amici di infanzia, che si  rivedono, mentre, tra i vialetti dei cimiteri, si danno da fare per cambiare l’acqua ad un portafiori, o accendere un lume o pulire una vecchia lapide, ed è bello vedere i più giovani che accompagnano  la loro nonna, oramai stanca e avanti negli anni, sotto braccio nella mesta visita.
Ogni Paese custodisce la propria tradizione. Di seguito ne vedremo alcune, che, a ben vedere, non si differenziano, nei significati, tra di loro, anche se oggi,  tante di esse si sono trasformate in  veri e propri riti consumistici.

La processione ed il ritorno dei morti, ad esempio,sono tra le credenze più antiche e celebrate in  modi diversi con la comune radice che vuole il ritorno delle anime dei defunti, la notte sul 2 novembre, tra i viventi: come spiriti, ombre o, addirittura,  nelle loro sembianze da viventi e nei loro corpi.  Celebrata anche  in una tenera e suggestiva poesia di Pascoli (La Tovaglia), il “ritorno” delle anime dei morti è propiziato da  vari riti: da quello della candela accesa e posta in una bacinella piena d’acqua, sino ad imbandire vere e proprie tavole, con cibi e vino, lasciare cesti di frutta pregiata ( in genere frutta candita),  il  tutto da offrire alle anime dei morti che tornano nelle loro case. “Tristi, i pallidi morti! Entrano, ansimano muti. Ognuno è tanto mai stanco! E si fermano seduti  la notte intorno a quel bianco”( la tovaglia, appunto). Così descrive il Pascoli, nella sua poesia, la venuta dei nostri avi.  Diverse sono le tradizioni che accompagnano questo giorno, in tutto il nostro Paese: dalla Lombardia   alla Sicilia.

Ecco alcune delle usanze  più “consolidate”, soprattutto a tavola.

Una tra le più conosciute ed ancora oggi viene tramandata è quella delle “Fave dei Morti” che, insieme alle  ”Ossa” e  “pane dei morti” sono dolci tipici del 2 Novembre.. Questa consuetudine avrebbe radici in cupe credenze e riti ancestrali, legati ad un legume tipico delle zone: le fave. Si credeva, infatti, che la sua forma rimandasse alle porte del “Tartaro”: l’oltretonba o aldilà, mentre al suo interno vi fossero le anime dei defunti. Era consuetudine, mangiarne e offrirne in gran quantiità; L’usanza vuole che fave, ossa e pane dei morti vengano offerti dai vivi ai loro parenti morti che nella notte tra il 1 e il 2 novembre ritornano sulla Terra dall’Aldilà dopo un lungo ed estenuante viaggio. In molti casi , oggi, alle fave si è sostituita la mandorla a causa dei problemi legati al favismo. In Sicilia   si prepara un piatto tipico del 2 novembre detto: ghiotta di “ pescestocco” ( il nostro stoccafisso). La tradizione vuole che durante la cena di questo piatto, si instaruri,tra i parenti e il defunto, una sorta di colloquio nel quale  questi  viene informato, come se fosse ancora in vita, dello stato generale della famiglia

Passando poi alle “cibarie” che si preparano in questa occasione, una delle usanze più antiche, ed ancora oggi tra le più sentite, specie nelle regioni meridionali,  è quella  della preparazione, tra i vari cibi e dolci, del “grano cotto”. Piatto che ha, appunto, come ingrediente principe il grano, che in tutte le culture e religioni ha sempre simboleggiato la fertilità e la vita stessa. Secondo alcune interpretazioni  il grano rappresenta “la vita che nasce dalla morte”: infatti il grano, cuocendo, muore ma, dallo stesso grano, morto, noi viventi traiamo nutrimento per la nostra vita. Un modo per affermare che dalla morte nasce la vita. La ricetta del “grano cotto”, è molto rigida, Questo perché ogni ingrediente che lo compone ha un suo specifico significato. Fondamentale, in questa preparazione dopo il grano, è il vin cotto che deve essere esclusivamente di uva. Le nostre nonne non avrebbero mai permesso che si usasse, ad esempio, vin cotto di fichi o, il vin cotto che si acquista oggi al supermercato.  In alcuni Paesi, come a Monte Sant’Angelo, invece del grano spesso usano il mais. Il piatto viene poi arricchito da acini di melograno, nocii , frutta secca  e cioccolato grattuggiato.

Se, dunque, si “offre” la cena alle anime dei nostri avi, è anche uso, dalle nostre parti, ma anche in altre regioni, pensare che i defunti, la notte del 1^ novembre  portino, a loro volta, dolci e regali vari ai loro parenti: grandi e piccini in particolare. E’ questa la tradizione delle ”calze dei morti”. In ogni casa, dove la tradizione è davvero sentita e rispettata, specie dove ci sono bambini, si prendono le calze, quelle di lana, magari fatte ai ferri dalla nonna o dalla mamma e si appendono vicino al camino o sui mobili della casa per far si che i morti vi depongano i loro doni, dopodichè si  siederanno intorno alla tavola  apparecchiata per mangiare. Le nostre nonne, miniere inesauribili di notizie, ci raccontavano che quando nelle calze non si trovava nulla e anche il tavolo restava intatto, voleva dire che c’era qualcosa che non andava nei rapporti tra defunti e famiglia; i primi non erano rimasti contenti del comportamento che  avevamo nella vita, oppure che non si erano presi cura delle loro tombe nei cimiteri o non avevano fatto dire le messe in quantità opportuna!

L’uso della “calza dei morti” appare a molti in contrasto con l’altrettanta diffusa tradizione  di portare la calza alla “Befana” il 6 gennaio. Secondo le nostre tradizioni, specie del Subappennino Dauno, come, per es a Roseto, la circostanza che le calze vengano offerte e preparate il 6 gennaio anziché il 2 novembre nasce dalla credenza che i defunti si trattengano tra i vivi, per tutto quel periodo e vanno via solo il 6 gennaio. La befana ( strega vecchia e brutta)  rappresenterebbe, così, la morte, mentre le calze con i doni la vita che continua.
Nella nostra provincia, una delle tradizioni più conosciute è quella di Orsara di Puglia. Qui la notte del 1^ novembre si celebra la famosa “notte dei fuochi” che vede protagonisti : Il fuoco e le teste del purgatorio (Fucacoste e cocce priatorje) portati in processione.

I lumi  nascosti dentro le zucche ( che rappresentano le teste dei morti) indicano la strada; il cammino delle anime che dal Purgatorio transitano verso il Paradiso purificandosi attraverso il fuoco dei tanti falò che riempiono  il percorso processionale.  In tutto il Paese si preparano tavolate con cibi poveri ma carichi di significati simbolici. Anche in questo caso, come già avviene per il grano cotto, i lumi che vengono accesi e i falò, rappresentano la vita più che la morte, perché la morte è resurrezione. A San’Agata di Puglia si tiene una processione molto significativa e antica. Qui si vuole che le anime dei morti tornino e vaghino per il Paese, ma non tutti possono vederle: solo chi ha l’anima pura e la coscienza pulita. Per questo, a mezzanotte bisogna mettersi davanti alla finestra, riempire una bacinella di acqua, accendere due lumi ai lati, procurarsi un cestino di fave secche da contare. Quando si saranno finite di contare le fave, nell’acqua si vedranno i morti in processione. I bambini partecipano alla festa con le zucche a forma di teschio e candele al loro interno.  A Faeto la sera del 2 novembre c’è la processione delle “Cocc de more” dovei bambini portano zucche intagliate con i lumini all’interno che, anche qui, rappresentano la vita (la luce) che vice sulla morte. E’ un’antica tradizione celtica che, tramite i Provenzali, è stata adottata  dalla comunità faetana.

La processione termina al cimitero, dove ogni zucca viene deposta accanto alla lapide del proprio caro. A Roseto Valfortore, invece, c’è una tipica tradizione “culinaria” che resiste ai secoli. La sera del 1^  novembre si aspettano le anime dei morti consumando , in lunghe tavolate, cene a base di spaghetti e funghi. Una devozione particolare per le “Anime del Purgatorio” è invece  quella di San  Marco in Lamis. In tale comune la festività dei morti dura quasi tutto il mese di novembre. In questo mese in tutte le chiese del Paese si tengono messe e, per sette giorni, prima della festa di Tuttisanti, al pomeriggio ci si reca a pregare e partecipare alla messa nel cimitero. Il 1^ novembre, invece, si cena e si canta a dorso degli asini che girano per il Paese chiedendo doni. E’ importante, oggi, che queste tradizioni vengano trasmesse ai nostri figli, affinché si continui ad onorare e commemorare quanti ci hanno lasciati su questa terra.

A cura di Salvatore Aiezza

2 novembre. Viaggio tra riti, credenze e tradizioni ultima modifica: 2018-10-30T11:04:46+00:00 da Redazione



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