Secondo: le cattive prassi che la inquinano e la delegittimano. Terzo; la disaffezione che genera apatia e disinteresse. Se il primo fenomeno va sotto il nome di “analfabetismo politico”, e il secondo si caratterizza come una forma di “malgoverno”, il terzo, che scaturisce dai primi due, assume la forma della rinuncia e della rassegnazione.
I cittadini non sono i “destinatari” della politica, ma i protagonisti. Non gli “assoggettati” alla politica, ma i soggetti della politica. Non “utenti” ma membri. Parte attiva, fondativa e giustificativa, perché come afferma la nostra Costituzione “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1).
La politica non è quanto la città deve fare per i suoi membri (questo al limite è ciò che dovrà avvenire in un secondo tempo), quanto piuttosto ciò che ogni membro è chiamato a fare per la propria città. Da solo e insieme. E se ognuno fa il primo passo, ecco che con la propria azione individuale positiva, metterà in moto dei meccanismi sociali virtuosi. La legge fondamentale della politica è che ogni azione individuale ha sempre degli effetti sociali, compresi anche quelli non intenzionali.
Uno slogan che andava di moda tempo fa diceva che “Tutto è politica, anche se la politica non è tutto”. Nel senso che non vi è nulla di individuale che non sia già di per sé sociale. Detto altrimenti, non vi è mai una netta separazione tra sfera privata e sfera pubblica. Lo avevano capito i greci, come Pericle che, che nel suo famoso “Elogio della democrazia” sosteneva che “un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private”.

Quando leggo questo testo a scuola ai miei alunni, li metto di fronte a tre forme di responsabilità: la responsabilità verso se stessi, verso gli altri e verso la comunità. Senza questo presupposto antropologico la politica diventa un governo dall’alto che spossessa gli individui del loro potere di costruire la città dal basso. Molti si aspettano che sia la comunità – e chi in qualità di governo la rappresenta – a fare qualcosa per loro. Non pensano costoro, invece, che anche la comunità da loro si aspetta che facciano qualcosa per essa.
Ad es., fa politica la coppia di sposi che decide di mettere al mondo un figlio, il quale non è solo figlio loro ma anche della città. Fa politica chi va a lavorare non solo per prendere lo stipendio da portare a casa, ma anche per dare un contributo alla crescita e al progresso della propria città. Fa politica il Bar che non vende alcolici ai minori il sabato sera. Facciamo politica ogni volta che facciamo in modo corretto la differenziata. Facciamo politica tutte le volte che non inquiniamo. Fanno politica tutti coloro che danno il giusto salario ai propri dipendenti. Fa politica il giovane che non studia solo per prendere buoni voti o per far contenti mamma e papà, ma perché ha deciso che non vuole essere un peso per la città, ma suo membro attivo che mette a disposizione della comunità i propri talenti, i propri sogni e la propria creatività.
Fa politica l’elettore che, in modo libero e responsabile, sceglie chi deve amministrare la città, tenendo bene a mente il consiglio di Pericle il quale affermava che “Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento” .
Infine, fa politica l’amministratore che proponendosi, come suggeriva Platone, quale “custode” della città e non come “padrone”, con gli strumenti del governo crea tante opportunità perché ciascuno sia messo nella condizione di poter vivere la propria appartenenza alla città, partecipando in modo attivo e costruttivo, responsabile, libero e critico.
Questo significa che non è la comunità a fare gli individui, ma, al contrario, sono gli individui a fare la città, la quale a sua volta agisce con e per gli individui e non semplicemente sopra la loro testa. La città nasce dentro di noi. E’ il “fuori” che ci portiamo dentro. Essa sarà fuori ciò che ciascuno è dentro, secondo il bel rapporto che Platone ha individuato tra “Psiche” e “Polis”!
Oggi, purtroppo, questo collegamento tra individuo e città è compromesso perché ambedue sono andati in crisi. E’ saltato l’individuo che, vivendo una forte crisi di identità e di relazione, vive ripiegato su di sé. E’ salta la comunità, la quale si trova sfilacciata e frammentata. E allora il vero nemico della politica è l’individualismo che genera atomismo sociale. Un vuoto che trasforma lo spazio pubblico in una zona neutra che non interessa a nessuno, e che diventa facile preda dei ghiotti calcoli dei poteri forti.
Così la crisi della politica non riguarda solo il malfunzionamento di certe procedure. Non è solo una crisi che riguarda chi governa, ma che nasce e interessa proprio laddove si forma il consenso. E’ una crisi che affonda le proprie radici in una questione che è antropologica. Individuo e comunità sono saltati, facendo a sua volta implodere la stessa politica che non solo non riesce a governare, ma ancor più non riesce a legittimarsi. E una politica delegittimata nasce già debole. E il consenso, che lo ha generato, è solo una copertura che avalla forme di potere che facilmente poi possono degenerare in abuso.
Ci vuole una nuova antropologia politica per rifondare la politica. Ma perché ciò avvenga è necessario una grande operazione educativa e formativa che non compete solo alla scuola, ma che chiama in causa tutte le agenzie educative correlate e alleate tra di loro. Insomma, ci vuole un nuovo umanesimo – un umanesimo sociale – inteso alla luce di quello che il grande filosofo J. Maritain chiamava “umanesimo integrale”, per realizzare il quale vi vuole una nuova paideia. Senza questo cambiamento radicale, la politica sarà sempre ostaggio di quei suoi tre nemici richiamati sopra, e che vede intrecciati analfabetismo politico e disaffezione.
Pericle aveva detto che “Un uomo che non si interessa della polis stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile”. B. Brecht gli fa eco quando, in una poesia intitolata “L’analfabeta politico”, scrisse: “Il peggiore analfabeta è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla, né s’importa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine, dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e si gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa l’imbecille che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali”.
Insomma, soggetto della politica non è tanto chi andrà a governare, ma la città che, col proprio voto, deciderà chi dovrà farlo. La politica non è quello che i governanti eletti e scelti faranno per la città, ma quello che la città in questi giorni deciderà di fare di se stessa e a se stessa. Con responsabilità, prudenza e oculatezza.




Caro Michele e dotto amico, le tue profonde riflesssioni che mi hanno colpito sono, soprattutto, le seguenti:
1. “Il vero nemico della politica è l’individualismo che genera l’atomismo sociale”;
2.. “La legge fondamentale della politica è che ogni azione indivuduale ha sempre degli effetti sociali, compresi quelli non intenzionali”.
La prima proposizione mi ha fatto pensare all’individalismo economico e alla sua dottrina dominante, ovvero il neo liberismo e ai suoi effetti, oltre che economici, politici, istituzionali, sociali e umani devastanti. Una dottrina che sta annullando “l’etica della responsabilità” delle persone.
La seconda mi ha fatto venire alla mente “l’eterogenesi dei fini”, cioè le conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali.
Sono fenomeni e segni tangibili, caro Michele, dei tempi che stiamo vivendo!
Un caro saluto.
Prof. Raffaele Vairo