C’è qualcosa che non torna nella storia che da mesi viene raccontata attorno a Casa Sollievo della Sofferenza. Da una parte c’è una direzione che continua a parlare di sostenibilità, di prospettive, di conti gestibili, di futuro e di rilancio. Dall’altra ci sono lavoratori che contestano, sindacati che si dividono, medici che se ne vanno e centinaia di infermieri che hanno già guardato verso la sanità pubblica.
Due fotografie della stessa realtà.
E il problema è che non sembrano raccontare la stessa storia.
Gino Gumirato, nei mesi scorsi, ha sostenuto che i conti della Fondazione fossero gestibili, distinguendo tra debiti e crediti e indicando circa 40 milioni di euro di crediti verso la Regione Puglia. Sul fronte del personale, la direzione ha ripetutamente negato l’intenzione di procedere a riduzioni salariali. Tutto bene, dunque? Non proprio.
Perché se davvero il cielo è sereno, qualcuno dovrebbe spiegare perché nei corridoi dell’ospedale continua a crescere la paura.
Il fronte sindacale non è più compatto
La novità più pesante arriva proprio dal fronte dei lavoratori.
La vicenda sindacale, già attraversata da tensioni e differenti letture, mostra nuove crepe. Stato Quotidiano aveva già raccontato a maggio le prese di distanza e le diverse posizioni emerse tra le organizzazioni. In quella circostanza la FIALS, attraverso Maurizio Di Candia, aveva precisato che l’azione sarebbe comunque proseguita in sinergia con CGIL e CISL, prendendo le distanze dall’idea di una spaccatura isolata.
Ma oggi la partita sembra essersi spostata su un terreno ancora più delicato.
Il contratto.
E qui non sembrano esserci molti margini per gli equivoci. La posizione che arriva dal fronte sindacale è netta: nessuna decurtazione, nessuna riduzione, nessun arretramento sui diritti e sulle condizioni economiche dei lavoratori.
Maurizio Di Candia indica nella riunione prevista a metà settembre a Roma, presso la sede Avis, un passaggio decisivo. Se da quel tavolo non uscirà il nuovo contratto senza penalizzazioni, allora il sindacato è pronto a cambiare registro. Non più attesa. Non più rassicurazioni. Battaglia.
E sarà una battaglia rivolta direttamente alla struttura e ai suoi vertici. La domanda che nessuno più può evitare.
La questione, a questo punto, è semplice. Quale Casa Sollievo vogliamo salvare? Quella dei bilanci? Quella degli equilibri finanziari? Quella dei piani strategici? O quella fatta di persone? Perché un ospedale non è un foglio Excel. Non è un EBITDA. Non è una proiezione finanziaria. Non è una conferenza stampa. È un medico che entra in reparto alle sette del mattino. È un infermiere che passa dodici ore accanto a un malato. È un operatore che accompagna una famiglia nel momento più difficile. È una professionalità costruita in vent’anni che, a un certo punto, decide di cercare fortuna altrove. Ed è proprio questo il dato che dovrebbe togliere il sonno a chi governa Casa Sollievo.
Oltre seicento infermieri con gli occhi che guardano altrove.
A maggio abbiamo raccontato un dato che dovrebbe essere preso sul serio: oltre 600 infermieri avrebbero partecipato ai concorsi della sanità pubblica pugliese, valutando concretamente la possibilità di lasciare Casa Sollievo. Non significa che 600 persone abbiano già consegnato le dimissioni. Ma significa qualcosa di forse ancora più importante. Significa che centinaia di professionisti hanno ritenuto necessario guardare oltre il perimetro della Fondazione.
E quando il personale comincia a preparare un piano B, il problema non è più soltanto economico. È motivazionale. È organizzativo. È identitario. È una crisi di fiducia. E la fiducia non si ricostruisce dicendo che va tutto bene.
Medici che partono, professionalità che si perdono. Nel frattempo, il problema riguarda anche le professionalità mediche. Già nei mesi scorsi erano stati lanciati allarmi sul rischio di fuga dei giovani medici e sulle conseguenze che il cambio di contratto avrebbe potuto produrre sull’attrattività della struttura. E il tema è diventato ancora più delicato proprio perché Casa Sollievo non può permettersi di perdere il proprio capitale professionale.
Perdere un medico non significa soltanto perdere una persona. Significa perdere esperienza. Significa perdere attrattività. Significa rendere più difficile reclutare chi dovrebbe sostituirlo. Significa, nel medio periodo, rischiare di compromettere quella qualità assistenziale che ha fatto della struttura di San Giovanni Rotondo un riferimento ben oltre i confini della Puglia.
E allora la domanda ritorna: se il futuro è così luminoso, perché così tanti guardano verso l’uscita?
Il paradosso Gumirato
Ed è qui che entra in scena il vero paradosso. Da una parte il direttore generale continua a rappresentare una situazione sotto controllo. A marzo Gumirato aveva spiegato che il debito effettivo verso i fornitori era di circa 108 milioni, aggiungendo i crediti verso la Regione e sostenendo che, una volta riconosciuti, l’indebitamento sarebbe sceso a livelli considerati gestibili. Nella stessa occasione aveva ribadito: «Nessuno subirà riduzioni di stipendio».
Dall’altra parte, i lavoratori continuano a chiedere garanzie. I sindacati continuano a contestare. Il contratto continua a essere un campo di battaglia. E il personale continua a interrogarsi sul proprio futuro. È questo il corto circuito. Una direzione che vede il sole. E lavoratori che raccontano il buio.
Una distanza che ormai non può più essere colmata con la comunicazione.
E poi arrivano le dimissioni
Nel frattempo anche la governance ha mostrato segnali che non possono essere ignorati. A giugno è stata annunciata l’uscita del direttore amministrativo Michele Giuliani, con Gumirato che ne ha assunto ad interim le funzioni e che, nello stesso contesto, ha dichiarato di voler restare per quattro anni. Formalmente si parla di dimissioni. Ma in un momento come questo ogni uscita ai vertici diventa inevitabilmente un elemento di riflessione.
Perché Casa Sollievo sta attraversando una fase nella quale servirebbero certezze. E invece continuano ad arrivare segnali che alimentano domande. La politica del consenso non cura le ferite C’è poi un’altra questione. Quella politica. Perché intorno a Casa Sollievo si è sviluppata una politica del consenso che rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Rassicurare tutti. Non scontentare nessuno. Presentare ogni difficoltà come transitoria. Rimandare il conflitto. Spiegare che il futuro è luminoso. Ma il consenso non può diventare una cortina di fumo.
I lavoratori non hanno bisogno di essere rassicurati. Hanno bisogno di essere garantiti.
Hanno bisogno di sapere quale contratto avranno. Quanto guadagneranno. Quali saranno i loro diritti. Quale sarà il destino dell’ospedale. Chi lo guiderà. Quale sarà il modello organizzativo. Quali investimenti verranno fatti. E soprattutto quale posto avranno, dentro quel futuro, le persone che oggi mandano avanti Casa Sollievo.
A settembre si arriva al dunque.
La riunione di Roma potrebbe quindi rappresentare un vero spartiacque. Se il nuovo contratto arriverà senza decurtazioni e senza riduzioni, si potrà aprire una nuova fase. Se invece arriveranno penalizzazioni, il sindacato ha già fatto capire che non resterà a guardare.
E allora saranno iniziative autonome. Mobilitazioni. Pressioni. Confronto duro con i vertici. La vertenza potrebbe uscire definitivamente dai binari della trattativa ordinaria. E a quel punto nessuno potrà più dire di non essere stato avvertito. Casa sollievo non può perdere il suo capitale più prezioso La verità è che la vera emergenza di Casa Sollievo potrebbe non essere soltanto quella finanziaria. Potrebbe essere la perdita progressiva di fiducia. E quella è molto più difficile da contabilizzare. Non compare nei bilanci. Non entra nei piani industriali. Non si sistema con un credito regionale. Non si risolve con una conferenza stampa. La fiducia si perde quando un lavoratore non crede più nel proprio futuro. Quando un medico sceglie di andare via. Quando un infermiere partecipa a un concorso pubblico pensando che forse, fuori, ci sia maggiore sicurezza. Quando un sindacato rompe il silenzio e dice che è arrivato il momento della battaglia.
Questo è il vero termometro.
Ed è un termometro che oggi segna una temperatura preoccupante. Casa Sollievo è stata costruita sull’idea che la persona venisse prima di tutto. Oggi quella stessa idea dovrebbe valere anche per chi cura.
Perché non esiste una Casa Sollievo senza i suoi lavoratori. E non esiste futuro se chi dovrebbe costruirlo comincia a cercarlo altrove. A settembre, a Roma, si vedrà se il sole raccontato dalla direzione riuscirà finalmente a illuminare anche i corridoi dell’ospedale. Un ultima considerazione: la politica locale, provinciale e regionale continua a silenziare il problema come se ci fosse una sorta di accordo per favorire una nuova fase: la vendita e come fece Ponzio Pilato, lavarsene definitivamente le mani.




I sindacati sono partiti in Quarta e poi hanno inserito il freno a mano.
Anche su FB tutti sono andati in letargo.I politici sono andati in ferie e sicuramente stanno studiando il da farsi.
Quando poi la frittata sarà fatta ne vedremo e sentiremo delle belle (BALLE).
È proprio il risanamento dei bilanci che consentirà di continuare ad avere un lavoro.
Sicuramente ci sono delle vittime, ma ci sono soprattutto degli approfittatori, le vittime dovrebbero denunciare o segnalare le irregolarità, con il silenzio si diventa complici.