
“Il prossimo 7 novembre – spiega Bruno Ciarmoli, avvocato del Tribunale di Bari (fonte: lagazzettadelmezzogiorno.it)– scadranno i termini per la presentazione delle domande. Alle vittime sono destinati 30 milioni di euro”. “La legge – ricorda Ciarmoli – prevede che possono godere del risarcimento i militari in servizio o in pensione che, a partire dal 1 gennaio 1961, abbiano usato o custodito munizionamento con uranio impoverito, sia in zone di missione o di operazione all’estero, che in poligoni di tiro o depositi in Italia, e civili che abbiano volontariamente prestato la loro opera all’estero in zone di missione militare e cittadini italiani che siano venuti a contatto con munizionamenti o risiedono e abitano vicino a poligoni di tiro o depositi”.
Naturalmente al risarcimento hanno diritto anche i familiari di militari scomparsi, coniuge e figli, “ma stranamente non i genitori”. Per i dati del cosiddetto “libro nero”: sono la Campania con 12 morti, la Sardegna con 10 e la Puglia con 6 le regioni italiane che hanno pagato il maggiorn numero di militari vittime da possibile contaminazione da uranio impoverito. E’ quanto emerge dal “Libro Nero” realizzato dall’associazione delle vittime Ana-Vafaf, presieduta da Falco Accame, in collaborazione con il portale Vittimeuranio.com, ideato e curato da Francesco Palese.
Una scheda del “Libro Nero” divide in base alla provenienza geografica i 50 militari deceduti suddividendoli per regione e provincia. Tra parentesi l’anno del decesso. Cinque dei dodici morti campani sono di Napoli, si tratta di Roberto Buonincontro deceduto nel 1996, Domenico Di Francia (1998), Antonio Milano (2002), Luca Sepe (2004) e Fabio Senatore (2005). Quattro sono di Salerno: Renzo Inghilleri (1993), Luca De Marco (2004), Aniello D’Alessandro (2006), Amedeo D’Inverno (2007). Tre di Caserta: Sergio D’Angelo (2003), Carmine olito (2004), Giuseppe Bernardo (2005).
Dei dieci militari deceduti in Sardegna, sei sono della provincia di Cagliari: Giuseppe Pintus (1994), Salvatore Vacca (1999), Antonio Vargiu (2001), Fabio Porru (2003), Valery Melis (2004), Gianfranco Floris (2004). Tre di Sassari: Gianni Faedda (2002), Filippo Pilia (2002), Maurizio Serra (2004). Uno di Oristano, Luciano Falsarone (2004).
Sono di Lecce tre dei sei militari morti in Puglia: Andrea Antonaci (2000), Alberto Di Raimondo (2005), Giorgio Parlangeli (2007). E ancora Roberto C. (2007) di Taranto, Crescenzo D’Alicandro (1996) di Brindisi e Corrado Di Giacobbe (2001) di Foggia.
Quattro i morti in Sicilia: Antonio Fotia (2002) di Palermo, Antonio Caruso (1999) di Catania, Salvatore Carbonaro (2000) di Siracusa e Paolo C. (n.d.) di Messina. Tre dei quattro morti del Lazio sono di Roma: Alvaro Marini (1997), Riccardo Grimaldi (2004) e Fabrizio Venarubea (2004). Uno di Frosinone: Eddy Pallone (2007). Tre decessi si sono registrati in Lombardia: Cesare Boscaino (2004) di Milano, Alessandro Garofolo (1993) di Mantova e Rinaldo Colombo (2000) di Varese.
Due morti in Veneto: Umberto Pizzamiglio (1999) di Verona e Lorenzo Michelini (1977) di Padova. Ancora due morti in Toscana, Leonardo Manicone (2004) e Stefano Ceccarini (1999) entrambi della provincia di Grosseto. Due i soldati deceduti anche in Liguria: Emilio Di Zazzo (2004) di Genova e Valerio Campagna (2003) di Imperia. Un morto anche per l’Umbria, Stefano Melone (2001) della provincia di Orvieto. Di quattro militari infine l’Ana-Vafaf non conosce l’esatta provenienza geografica, sono i casi di Giuseppe Benetti (1998), Luigi D’Alessio (2000), Pasquale Cinelli (2000) e Mario Ricordi (2000).
“Bisogna considerare – ha sottolineato Falco Accame – che i casi da esaminare sono presumibilmente in numero maggiore rispetto a quelli di cui dispone l’Ana-Vafaf. Per questo occorre che vengano resi disponibili dal Ministero della Difesa i documenti caratteristici dei singoli con le relative destinazioni e le cartelle cliniche ove possibile”. “E’ da tener presente – ha continuato – che si tratta di dati “grossolani” per l’ impossibilità di recepire, per la maggioranza dei casi, informazioni più precise. I dati vanno quindi presi come una semplice indicazione che non può servire come base per uno studio statistico scientificamente basato e ancor meno per uno studio epidemiologico. E ciò anche, ovviamente, per l’estrema limitatezza numerica dei dati stessi”.


