Roma/Bari/Foggia – La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da L.D.D., 51 anni, di Torremaggiore, confermando la condanna per detenzione e porto illegali di arma già pronunciata dal Tribunale di Foggia e confermata dalla Corte d’appello di Bari. Nel medesimo procedimento, l’imputato era stato invece assolto dall’accusa di tentato omicidio.
La sentenza della Suprema Corte – presidente Monica Boni, relatore Paolo Valiante – chiude il giudizio di legittimità: “rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali”. In udienza il Sostituto Procuratore generale Giuseppina Casella aveva chiesto il rigetto.
Secondo quanto ricostruito nelle sentenze di merito, i fatti maturano dopo una precedente aggressione legata a un debito: l’uomo sarebbe stato picchiato dal cognato (…) e dal nipote (…). Un’ora dopo, la persona offesa torna nell’abitazione del cognato per un incontro “chiarificatore”. A quell’incontro – sempre secondo la ricostruzione accolta dai giudici – viene chiamato anche l’imputato, indicato come persona “più capace di maneggiare le armi”.
La Corte d’appello, confermando il primo grado, aveva ritenuto provato che l’imputato arrivò prima di (…) e che l’introduzione dell’arma in casa coincise con il suo arrivo; dopo l’esplosione di un colpo, la pistola non venne rinvenuta all’arrivo dei carabinieri: i (…) erano ancora in casa, mentre (…) si era già allontanato.
Nel ricorso la difesa ha contestato la tenuta della motivazione e ha sostenuto che l’impianto accusatorio fosse costruito su congetture. La Cassazione, però, ribadisce un principio costante: il giudizio di legittimità non è una “terza” rivalutazione del fatto. In sostanza, quando il ragionamento dei giudici di merito è coerente e fondato su elementi ritenuti convergenti, la Suprema Corte non può sostituire la propria lettura a quella già compiuta nei gradi precedenti.
Nel caso, la responsabilità per i reati in materia di armi è stata confermata sulla base del complesso indiziario ritenuto “grave, univoco e concordante” dalla sentenza di primo grado e ritenuto correttamente valorizzato in appello.
Un altro fronte del ricorso riguardava il trattamento sanzionatorio: la difesa ha lamentato la pena come “sensibilmente superiore” al minimo. La Cassazione osserva che, in casi come questo, quando la pena base è prossima ai minimi, la motivazione può anche essere sintetica se ancorata ai criteri di legge. Quanto alla recidiva, la Corte d’appello l’aveva ritenuta applicabile valorizzando i “plurimi precedenti, anche specifici” e la “pericolosità sociale”, elementi dai quali ha tratto una prognosi negativa.
In accoglimento della detenzione domiciliare come pena sostitutiva, la sentenza evidenzia che la Corte d’appello ha motivato richiamando la valutazione negativa della personalità e l’inaffidabilità rispetto al rispetto delle prescrizioni: un apprezzamento ritenuto corretto dalla Cassazione, che giudica le doglianze difensive troppo generiche per scalfire quel percorso argomentativo.
Con il rigetto del ricorso, la condanna per detenzione e porto illegali d’arma diventa definitiva, con addebito delle spese processuali a carico del ricorrente.



