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Manfredoniani (n)e(i) dintorni. I dauni settentrionali (III)

AUTORE:
Ferruccio Gemmellaro
PUBBLICATO IL:
18 Ottobre 2011
Cultura //

da Via Terranova per Marteggia (ST)
Manfredoniani (n)e(i) dintorni: I dauni settentrionali (III)\ Panecutt e nostalgia. Articolo in stesura storica 28 marzo 2003.



Panecutt e poenta.
Ero salito a Trichiana, alle porte di Belluno, il paese del libro – così definito da una delibera consiliare, che adotta la cittadinanza onoraria agli scrittori – inerpicandomi da Treviso lungo la scorciatoia del passo di S. Boldo, una rara struttura architettonica, direi priva d’eguali al mondo, scavata dal genio militare austriaco, logicamente durante la Grande Guerra, per trainare velocemente i cannoni lassù, una quota strategica di quel versante alpino.

Tutto il camminamento principale si snoda a serpentina lungo la parete della montagna che guarda a valle, così che la successione di tornanti in gallerie, in una conclusiva visione panoramica dal basso, infonde una suggestione straordinaria. I lavori di rifacimento, che hanno ridato impulso alla viabilità, che rischiava di arrendersi completamente alla demolizione del tempo, permettono oggi un flusso continuo di traffico ed hanno ridato ossigeno al turismo festivo nelle contrade superiori, ove prima si raggiungevano con larghissimo giro tra i monti.

Vi ero dunque salito in compagnia del mio editore, su invito di un amico comune scrittore-giornalista, per la presentazione del suo ultimo lavoro, e ci proponevamo di raggiungerlo all’ora stabilita, non prima però d’aver gustato degli assaggi tipici nella prima ostaria che incontravamo. La scelta non fu laboriosa, ma quando mettemmo piede all’interno, l’odore che s’irradiava dalle cucine m’innescò immediatamente la memoria, che andò, con immenso stupore e impreparato a realizzarne il motivo, a Manfredonia, la mia cittadina d’adozione.

Avevo sentito giusto, da non crederci, ero capitato in una locanda gestita da meridionali e frequentata da manfredoniani, con i quali non tardammo a unirci e a fare tavolata. C’era il fratello di un noto parrucchiere, un musicista… – Guagliò – era stata la parola d’ordine dell’oste, rivolgendosi agli ospiti e indicandomi – è roba nostra!

Nel mangiare orecchiette con cime di rape, pancotto con olive e olio del Tavoliere, seppie ripiene con mollica montanara, scaldatelli, sorpresi l’editore veneto che scrutava perplesso le portate di sarde e radicchio trevisano, luganee (salciccia) e polenta, il tutto ai ferri, uova sode e baccalà fritto, sistemate di là del vetro, sotto il banco, inesorabilmente inviolate, e forse andava a chiedersi il perché di quella vana esposizione. Se non lo avessi avuto compagno, che mi spronava a tagliare corto, sarei forse rimasto con loro fino a notte, dimenticando imperdonabilmente la premurosa chiamata dell’amico.

Terra promessa. Avevo riportato nel precedente articolo che la campagna veneta antimeridionalistica degli anni ottanta ebbe, almeno, uno strascico benaccetto: una teoria di docenti e impiegati ottenne, grazie a dissimulati giochi diplomatici, quel sospirato trasferimento verso casa \…\ Poi, com’era prevedibile, pian piano sono approdati altri docenti e impiegati dal sud, giacché cattedre e uffici rischiavano la desertificazione per carenza di concorrenti indigeni \…\ Il Veneto parve allora essere la terra promessa, che riscattasse alfine il meridionale da una generazione di operai e manovali, uomini di fatica assoldati nel Piemonte e nella Lombardia, regioni che in ogni caso devono a questi martiri la loro grandezza, impunemente additati di colonialismo da una certa politica burattina e burattinaia.

Da ragazzo, tra gli anni cinquanta e sessanta, il foggiano Vincenzo lavorava a Siponto, aiutante restauratore di mobili antichi, presso arricchite famiglie del capoluogo, che avevano villa a mare. Poi, scelse di emigrare a Torino e qui conobbe e sposò una conterranea, operaia nell’azienda dove lui svolgeva mansioni di caporeparto. Parlava sovente di quel periodo sipontino, con nostalgia, quando il lido era odoroso di fiori che abbellivano le eleganti villette; descriveva il camping in pineta, il frequentato alberghetto nella piazzetta, le piccole botteghe, lo storico ufficio postale, l’accurata pulizia delle stradine… e lo raccontava a tutti gli amici in Piemonte.

C’era ritornato anni dopo ma aveva giurato, sconfortato, di non rimetterci più piede. Aveva pianto nel vedere, per giorni e giorni, indecentemente ammucchiati agli angoli delle stradine rifiuti d’ogni genere, le graziose stradine e abitazioni preda della desolazione e della delinquenza vandalica, per la quale anche l’emblematico esemplare scultoreo del daino nell’omonima piazzetta aveva pagato.
Quando le risposi che la stazione balneare sta rinascendo, con un vero lungomare, e che la prospettiva è di una città-giardino in un accurato sito archeologico, finalmente di traino al turismo sipontino, scorsi la commozione nei suoi occhi.

Ancora oggi (2011), però, non si riesce a comprendere il perché i proprietari dei giardini non sono indirizzati a raccogliere foglie e rami – questi segmentati – in appositi sacchi da trasportare in prestabilite discariche o siti di raccolta, come avviene dappertutto. I visitatori della domenica, poi, tralasciano i cassonetti, abbandonano plastiche e vetri dove capita e lanciano comodamente dalle auto in marcia sacchetti di rifiuti umidi e stoviglie usa-e-getta sui cumuli delle potature abbandonate a cielo aperto, dove gli animali ne fanno scempio, per cercare residui e avanzi dei pasti. Quando soffia il vento, poi, che a Siponto è ben sostenuto, immaginiamoci il vergognoso turbinio di foglie, piatti e bicchieri di plastica, carte e sacchetti.

Un ammasso di rami e foglie essiccatisi al sole qualora prendesse
fuoco per una qualsiasi causa, alimentato dalla giacenza di materiale infiammabile, il rischio di pericolosa propagazione alle auto addossate in sosta non sarebbe affatto remoto.

Siponto – lo rassicurai – sta per essere rioccupata dai manfredoniani, in cerca di case per abitarci tutto l’anno, ed è questa la giusta soluzione ai suoi annosi problemi. Vincenzo e la moglie, appena pensionati, non tornarono nelle loro terre ma si lasciarono convincere dagli amici, emigrati veneti, a sistemarsi tra la terra promessa, nell’entroterra veneziano, Marteggia, frazione di Meolo ai bordi della laguna, dove, dopo la grande alluvione degli anni sessanta, grazie al dono parrocchiale dei lotti \ un prezzo simbolico \, avrebbero avuto l’appetibile possibilità di utilizzare entrambe le liquidazioni per fabbricarvi una bifamiliare. E così avvenne. Vincenzo, avvalendosi dell’antica passione, si dedicava artisticamente al traforo ligneo, per plasmare modelli di famose opere architettoniche 1. Mi fu segnalato il suo talento, lo conobbi e d’allora diventammo amici, affettuosamente legati dal filo dauno, e gli organizzai delle mostre, anche se non intendeva vendere le sue creature.

Poi, la solitudine appesantita dall’età che avanza, essendo senza prole, esorta la coppia a vendere tutto e a espiantarsi di nuovo ma, anche questa volta, non per la Capitanata, dove in pratica non hanno più nessuno, bensì per tornare a Torino, la città in cui vivono i sopravvissuti della famiglia, tutta emigrata in quei lontani anni, e i discendenti. Che cosa avrebbero ritrovato dei loro ricordi e affetti nei luoghi nativi, poco o nulla. La maledizione degli emigrati, che decidono di rientrare in età matura è quella di ripiombare in una seconda dimensione da emigrato, quel che è peggio, in patria.

Immaginano di poter riprendere la vecchia vita, ma è un’illusione; è tutt’altro che trascorrervi le ferie. Motivo che conduce tanti a nutrire nostalgia per i paesi, italiani o esteri, dove avevano lavorato e ne avevano acquisito i costumi; una profonda frattura fonte di depressioni, inspiegabili dai compaesani e parenti stanziali. Tanti ci ritornano, magari richiamati da figli e nipoti, i quali hanno oramai dimenticato le case dei padri, ma la difficoltà per un rientro d’integrazione totale è sintomatica dal fatto che l’anziano emigrato finisce per rinunciare a frequentare le comitive dei conterranei, i bar e ristoranti dei pugliesi, dei calabresi… dove non riesce a dialogare con le matricole. Una disgraziata complicazione che incontra ancora al cospetto degli stessi suoi discendenti. I veneti rincasati hanno centrato il fenomeno e si sono immediatamente organizzati in un’associazione tipo “Trevisani nel mondo”, preposta all’accoglienza dei compatrioti in arrivo e al loro graduale reinserimento.

Nel Veneto, Vincenzo ha voluto lasciare il segno del suo passaggio, donando tutta la sua gamma artistica alla comunità e personalmente agli amici stretti. A me è andata la “Mole Antonelliana” e il cuore mi ha suggerito di allocarla nel mio domicilio stagionale di Siponto, come se Vincenzo stesso fosse finalmente rimpatriato. C’è una cosa che non ho più ritrovato con la loro partenza: il pancotto che la moglie sapeva preparare, pur con simili prodotti esotici, d’altronde bravissima a sceglierli. Mi telefonava all’improvviso a metà mattinata ed era come un improrogabile servizio – A mezzogiorno e un quarto metto a tavola lu panecutt – ed io correvo, ritardando o addirittura rinviando ogni eventuale impegno.

Note. 1 – Da leggere l’articolo “Vincenzo Monti e la compiutezza del traforo” stessa testata del 21 settembre 2010 sezione Cultura

(A cura del dr. Ferruccio Gemmellaro, ferrucciogemmellaro@yahoo.it)

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