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La Leopolda va a morire

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
31 Ottobre 2011
Editoriali //

Renzi alla Leopolda 2011 (ansa.it)
LA ragazza che legge il suo discorso “Se per 5 minuti fossi presidente del Consiglio” sullo schermo del suo Ipad. Lo scrittore scapigliato con pancia prominente e camicia fuori dai pantaloni. L’imprenditore ultra cinquantenne nell’ultimo impeto di gioventù che teorizza la fine del precariato e, nello stesso tempo, chiede misure più flesibili per la mobilità. La dirigente della casa editrice berlusconiana che affida lo scettro dei suoi sogni irrealizzati ad un Matteo Renzi sempre più inquietantemente somigliante al suo concittadino Pupo. I tre giorni della Leopolda hanno provocato un solo grande Big Bang: quello dei numeri. 10 mila convenuti, tutti fedelmente ancorati al cartellino plastificato appeso al collo a mo’ di delega. Per il resto, quello andato in scena a Firenze, e riassunto nella fenomenologia umana di cui all’inizio, è stato un copione stantio e qualunquista. Nella celebrazione dell’uomo qualsiasi renziano (sostanzialmente, il renziano doc si distacca poco dal berlusconiano doc: è suddito del capo, poco capace di eleborazioni proprie e febbricitante di gioventù), sono due le attrattive più sintomatiche. Il primo, la pratica del “Se fossi presidente del Consiglio”. Qualcosa che neppure nei peggiori incubi orwelliani. Uomini e donne, ragazzi e ragazze in piedi di fronte alla platea, a improvvisarsi capi del Governo. E’ l’epifania di una sete di gloria da reality show, resa tenera dalla certezza che, chiunque esponga le proposte già sa che, quanto va praticando, non avverrà. L’altro emblema è racchiuso in una delle scenografie. Quel frigorifero sul palco e il disegno di una finsetra che, lungi dal dare idea di quotidianità, sfocia nel ridicolo. Finanche nel banale.

Così scontata la fase due della Leopolda, così scontata anche la discussione online per la definizione dei cento punti da portare all’attenzione delle primarie Pd (lo si nega, ma l’intento è quello di prendere il mano il partito, altrimenti non spiegherebbe questo enorme dispendio di finanze ed energie allestito all’ex stazione del capoluogo toscano), che ci azzecca, nella critica, anche un noto sparatutto ed a casaccio come il numero uno dei Democratici, Pierluigi Bersani. Da Napoli, Bersani ha trovato il tempo di alludere alla celebrazione del sindaco di Firenza come di una pratica “da anni Ottanta”. Roba da complotto correntizio, insomma.

Effettivamente, nella tre giorni fiorentina, c’è ben poco di politico e men che poco d’innovativo. Ci sono tante allusioni, molte domande e nessuna risposta. C’è un’aria da Assemblea d’Istituto, un’atmosfera da tempo delle mele, in cui ognuno sente il dovere di spararla grossa, di predicare ribellione contro i capi ben confidando nella clemenza dei capi stessi. Ci sono logiche che non sono più sotterranee, ma emerse. La tettonica delle placche del biologo Renzi, ha scosso le fondamenta per dimostrare a Bersani che il partito potrebbe (il condizionale è d’obbligo) non essere più con lui. E’ una manifestazione di dissenso malcelata, quella della stazione toscana. Una contrapposione, la solita, che sfoggia l’armatura scintillante dell’età per andare all’assalto del fortino.

I giovani di Renzi rottamano e provocano esplosioni sperando di raccogliere qualche scheggia, di modo tale che il loro vuoto possa dar vita ad un programma preciso. Che, al momento, non sa ancora da che parte porsi. Già, perché il Wiki-Pd (la definizione, per quanto imbarazzante, è autoattribuitasi) non è più di sinistra. Esprime larghi strati dell’imprenditoria centritaliana e cattura gli entusiasmi di sindacalisti moderati e scollati dalla tradizionale (e giusta) idea del lavoro: predica la contrarietà al precariato ma cerca di combatterlo tirandosi dietro (e dentro) coloro che l’hanno praticata come mantra economico; risuscità i temi dell’equità e della partecipazione, ma fa ampio sfoggio di anglismi e pratiche anacronistiche, per le quali occorrono decenni di formazione. Ma non è ancora del tutto di destra.

Rappresenta, piuttosto, quella parte di società che si crede migliore per il suo linguaggio complesso, fatto di software ed exit strategy e tablet. Un centro (ma molto centro) sinistra da scrivania che dibatte del futuro del mondo con gli occhi incollati sullo schermo ed il cuore pieno di frasi di Steve Jobs (pantheon monocratico e tecnologico). Una generazione non arrabbiata ma rancorosa, sottomessa sul posto di lavoro (incapace di reagire al licenziamento ingiusto di un collega, europeista nel midollo, liberista nelle ossa e capitalista per convenzione) e che fa della carta d’identità il primo titolo di merito.

E se tanto dà tanto, il Wiki Pd nasce con il pesante fardello di un ricambio già da porre in essere. Perché il buon Matteo (che per tre giorni ha giocato mascherandosi ora da Beppe Grillo, ora da Maurizio Costanzo), nello scegliere i consulenti, ha volontariamente tenuto fuori la ‘gente comune’, prediligendo apparati evidenti. Ovvero, fuori quei “22 milioni di italiani che frequentano la rete e che io andrò a cercare lì”, e dentro Guido Ghisolfi (numero due della chimica italiana), Luigi Zingales (48enne economista nel consiglio di amministrazione di Telecom), Martina Mondadori (figlia primogenita di Leonardo Mondadori, rappresenta la quarta generazione della dinastia, ed è Consigliere di Amministrazione della casa editrice fondata da Arnoldo Mondadori dal 2003), Giorgio Gori (il produttore de L’isola dei famosi). Cerchez la femme.

Si spiega anche in virtù di questo un programma tutto sommato poco distante dal berlusconimo, laddove le tre I di Gelminiana memoria vengono sostituite (lo si deduce leggendo i cento punti scaturiti dalla discussione della Leopolda) dalle tre E del signor Vattelappesca: Ebook, Efficienza, English. Tutto, incorniciato da una pratica – ha ragione Bersani – da prima Repubblica, quando le correnti di ogni partito organizzavano giornate ad hoc per pianificare la cannibalizzione del leader. Parossistico, per chi predica il cambiamento. Il rischio è che i rottamatori finiscano per accumulare un mucchio di lamiere inservibili, buone solo per la ricettazione. A buon intenditor…

p.ferrante@statoquotidiano.it
riproduzione riservata

3 commenti su "La Leopolda va a morire"

  1. Orrore! Giudizio, più articolato a dire il vero, che condivide quello su Libero di Gianluigi Paragone.
    Che succede Piero? Povero Renzi, attaccato a destra e a manca. Molti nemici molto onore?

  2. Tutti a destra e sinistra attaccano Renzi, non è che ha toccato qualche nervo scoperto e la casta si ribella?
    Nessun commento sulla proposta presa da Beppe Grillo di un limite di tre legislature e poi a casa ?

  3. Oh..almeno uno ci prova a spezzare una continuità politica fatta solo di chiacchiere e politici che si urlano in tv! E’ uno, Renzi, che ha capito come si faranno le campagne elettorali del futuro e si è proposto in un momento storico di rottura e di cambiamento.Probabilmente aggregherà tutte le nuove generazioni che non hanno vissuto quello scontro ideologico Destra-Sinistra che andava fino a 5 anni fa e che pretendono risposte concrete ai loro bisogni.

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