La conseguenza (di non poco conto) è che, se fino a ieri fumare lo
spinello prima di una competizione esponeva al rischio di una
squalifica e di un procedimento penale (costituendo reato ai sensi
della normativa antidoping -Legge 376/2000 art. 9), oggi non è più
così.
La marijuana, com’è noto, non migliora le prestazioni
atletiche, non incrementa la forza o la resistenza; anzi, riduce l’attenzione, instillando un senso di rilassatezza. Ed è proprio questo il principale motivo su cui si basa il divieto di utilizzo: tale sostanza provoca una attenuazione della reattività fisica e mentale, esponendo l’atleta a rischi maggiori.
Il soggetto che assume cannabis è come se versasse in uno stato di leggero torpore, facendo così più fatica a percepire – o percependo in ritardo – ciò che gli accade intorno. L’atleta che ne fa uso si espone quindi a un livello di rischio più elevato del normale!
Tuttavia, l’agenzia internazionale antidoping ha rivisto i criteri legati al consumo di marijuana, ritenendo che le anzidette alterazioni sensoriali abbiano luogo solo dopo il superamento della nuova soglia massima di assunzione consentita, che è di dieci volte superiore a quella precedente.
Come la prenderanno ora gli atleti che in passato hanno subito sanzioni per l’uso di cannabis? Si ricorda, su tutti, il nuotatore Michael Phelps, squalificato nel 2009 per tre mesi a causa di un “cilum” (pipa tradizionale indiana) troppo vistoso…!!!.
(A cura dell’Avv. Eugenio Gargiulo)



