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This Must Be the Place – P. Sorrentino, 2011

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
16 Ottobre 2011
Cinema //

Paolo Sorrentino (fonte: www.style.it)
Paolo Sorrentino (fonte: www.style.it)
Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere indicato, a fine articolo, un livello della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione.

Titolo originale: This Must Be the Place
Nazione: Italia, Francia, Irlanda
Genere: commedia drammatica
Anno: 2011

OVVERO l’America vista da Sorrentino.
Questo, il sottotitolo ideale dell’ultima opera del regista napoletano, uno dei più importanti, audaci e rivoluzionari nel panorama italiano. In concorso allo scorso Festival di Cannes, This Must Be the Place narra la storia di Cheyenne, ex rock star dark anni 80 dalla perenne apatia depressiva, che, a seguito della morte del dimenticato padre ebreo, lo scopre da anni a caccia di un ex nazista suo aguzzino. Deciderà di mettersi sulle sue tracce.

Il bel lavoro del regista de Il divo è una pennellata colorata, divertita, nostalgica e personale, uno squarcio sul mondo americano costruito col tramite di un personaggio bizzarro, che non è solo caronte della pellicola ma, nei fatti, il film stesso. Noto cesellatore di immagini e caratteri, Sorrentino scolpisce una sagoma, un fumetto tout-court, con tanto di fisime e tratti accattivanti, inamovibile nella sua figura, invariante se non per posizioni cardine (seduto, in piedi, in movimento), agevolato e giustificato da una mimica azzerata giacché depressiva per definizione. Le inquadrature, la fotografia e la storia orchestrano il resto del gioco, raccontando le avventure e gli incontri di questo transgender stanco, carico d’incertezze e dilemmi che sono i nostri, sarcastico e acuto contro ogni attesa, fino a renderlo, passo dopo passo, un amorevole e simpatico freak carismatico che vorremmo tutti per amico o almeno come opinionista sui fatti della vita.

This Must Be the Place - Locandina
This Must Be the Place - Locandina
La narrazione, coerentemente con il disegno del protagonista, avviene in forme e modi da comics, un collage di accadimenti tra i quali questo novello Linus dark si muove lento, lentissimo, remissivo e indifferente a ciò che lo circonda, trascinando, come un rigido arbusto nero che attraversa il mondo, al posto di una coperta un qualunque contenitore dotato di rotelle – oggetto coprotagonista che si svela e culmina nella conversazione con l’inventore del trolley.
Sean Penn veste abilmente i panni di questa creatura burtoniana, confermando una versatilità già apprezzata altrove, ed appare per mimica e tratti somatici la degna controparte americana del feticcio sorrentiniano, quel Servillo macchiettistico e virtuosamente maschera che consegnava all’immaginario il Gorbaciof di Incerti.

Il plot è un pretesto, così come lo è per delle strip fumettistiche, e viene quasi difficile condannarne il secondo piano rispetto al personaggio principale, immaginati e assunti gli scopi. La ricerca del nazista non coinvolge perché probabilmente non vuole farlo, e l’incontro finale non ha narrativamente un peso superiore agli altri durante il viaggio, come a indicare l’intenzione di Sorrentino di raccontarci un percorso più che una meta. This Must Be the Place non è la storia di una ricerca, o perlomeno lo è secondariamente; This Must Be the Place è un occhio sulla strada, attraverso l’America e dentro l’anima, che rapisce immagini e le porta allo spettatore, un road movie nel senso più intimistico e fantastico, ed è questo che resta alla fine della visione assieme all’affetto per Cheyenne. In tal verso il lavoro di Sorrentino è vincente e cresce dentro, acquista più nel ricordo che nella visione, essendo fatto della materia della memoria.
Se se ne perdonano i difetti in una valutazione “di pancia”, grati per le emozioni regalate soprattutto sul lungo termine, essi non sono, tuttavia, trascurabili in un’analisi più fredda. Nonostante la struttura arlecchino della sceneggiatura, non tutti gli episodi/scorci sono trattati con la stessa cura e potenza emotiva, e alcuni appaiono spenti, narrativamente non ricamati, presuntuosi della esaustività estetica delle inquadrature. La scelta compensativa delle immagini è pregevole, ma i risultati appaiono più volte non all’altezza delle intenzioni, virtuose ed intellettualistiche, appiccicate in modo programmatico e in più occasioni non ben integrate. Anche sul fronte visivo Sorrentino faceva meglio ne Il divo, dove la colorazione era funzionale all’impostazione teatrale e grottesca.
Ottima la fotografia del grande Bigazzi, ma il cinema è immagini in movimento, ed il movimento dev’essere con queste consistente per renderne ragione. Colonna sonora di David Byrne e Will Oldham molto deliziosa ma non strepitosa: Sorrentino, a tratti, cerca la controparte di Teho Teardo, ma non la trova quando ne tenta l’imitazione musicale.

Un film da vedere e forse rivedere, e ancora una conferma del talento di un grande italiano.
Per tutti e per nessuno.

Valutazione: 7/10
Spoiler: 5/10

AltreVisioni

Cowboys & Aliens, J. Favreau (2011) – audace tentativo di commistione di generi, fallimentare in tutto. Senza spessore e intrattenimento * 3
La siciliana ribelle, M. Amenta (2009) – ispirato a fatti di cronaca mafiosa, film crudo e convincente. Per non dimenticare * 7

In Stato d’osservazione

Melancholia, L. Von Trier (2011) – ancora una prova difficile dopo Antichrist? Attesa * 21ott
Paranormal Activity 3, H. Joost & A. Schulman (2011) – ancora un altro… * 21ott
Faust, A. Sokurov (2010) – Leone d’oro a Venezia 2011 * 26ott

2 commenti su "This Must Be the Place – P. Sorrentino, 2011"

  1. Grande Sorrentino! Grande anche come scrittore, un orgoglio del cinema italiano. Film sicuramente da vedere (con la televisione di questi tempi poi..meglio il cinema). Grazie per le sempre belle recensioni

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