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Foggia, il riequilibrio è pura formalità. Ma Mongelli attacca: “Foggia fiera delle falsità”

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
25 Ottobre 2011
Politica //

Gianni Mongelli prende la parola (st)
Foggia – Finisce con un voto scontato e con la minoranza ritirata sull’Aventino il voto del riequilibrio di bilancio del Comune di Foggia. Per Gianni Mongelli, la conferma della tenuta della maggioranza, per l’opposizione, una grande occasione gettata alle ortiche per discutere nel merito dei problemi. Ad annunciare l’abbandono, dopo i rigetti di due pregiudiziali poste dal consigliere pdl Bruno Longo (una sull’alienzazione dei suoli comunali, l’altra sul riequilibrio), il veterano dell’aula consiliare di Palazzo di Città, Paolo Agostinacchio. E’ il decano del centrodestra a bacchettare l’amministrazione. Flemmatico, riflessivo, pacato. Agostinacchio smonta l’assioma del Governo forte e lo rimonta presentando alla città una situazione politica ai limiti dell’assurdo. L’ex sindaco prima gigioneggia su Lucia Lambresa, stuzzicandola in merito ad una notizia, contro la quale è costretto a fare la voce grossa il sindaco, di una fantomatica “sospensione delle dimissioni”. “Una novità”, lo sfottò dell’ex camerata della Lambresa. Poi, riflette sul ruolo e sulla solitudine dei numeri dell’amministrazione Mongelli: “A questo punto non so a chi debba rivolgermi. Chi è – si domanda l’avvocato – il mio interlocutore politico?”. Questo, prima di giungere a normale abbandono: “Volete fare da soli? Ebbene fatelo. Noi abbandoniamo l’aula”.

GIANNI MONGELLI: “SITUAZIONE DIFFICILE, MA FOGGIA FIERA DELLE FALSITA'” – Con il solo Trecca rimasto a far da barriera contro la maggioranza, il Consiglio si tramuta in una grande riunione di maggioranza, con tanto di allusioni, dichiarazioni pubbliche, autocompiacimenti, complimenti, autocritiche e richieste di sveltire la pratica della verifica. Chiaramente, passa in secondo piano la discussione. A partire dalla mazzata della scorsa settimana inflitta dalla Corte dei Conti. L’ultimatum del 31.12.2012 è forse eccessivo per la mole di soldi chiesta dal Tribunale: 45 milioni di rientro. Mongelli e la sua maggioranza lo sanno e predicano sangue e sudore. E’ proprio il sindaco, il solo ad affrontare di petto la situazione. Mongelli se la prende innanzitutto con la sciagurata riforma del federalismo municipale, rea di aver sottratto a Foggia “8.5 milioni di euro e pronta a sottrarne fra i 13 ed i 20 l’anno venturo”. Non certo banconote del monopoli, insomma. Quanto basta, piuttosto, per complicare terribilmente la vita ad un Ente già di suo alle prese con una marea di nemici ed avversità. “Eppure – accusa il primo cittadino del capoluogo dauno – non ci tiramo indietro, non abbandoniamo l’aula”. Anzi, “è troppo comodo abbandonare l’aula”. Di più, una “fuga dalle responsabilità”. Tanto più perché la Corte assicura che Foggia “può farcela”. Ricorda Mongelli: “Abbiamo ridotto il disavanzo da 34 a 19 milioni e rimessin senso Amgas ed Ataf”. Resta il cruccio di Amica, certo. Ma, pur chiedendo pubblicamente scusa alla città per il degrado urbano, il sindaco ammette che “anche lì le cose stanno cambiando, in meglio. I toni sia dei dipendenti che dei sindacati sono volti alla conciliazione”. Mongelli è invece molto deluso dal comportamento di alcuni consiglieri e da come la maggioranza si sia posta in sella alla notizia per sobillare, a cavallo dello scoop, lo scontento. Per capire della rabbia mongelliana, basti leggere fra le parole. Longo diventa “il consigliere che ama scrivere i manifesti”. E più d’una volta sottolinea la mancata presenza delle minoranze. Una cosa su tutte, poi, tiene a smentire. Ovvero, che l’alienazione messa ai voti durante il consiglio comunale si l’ennesia variante al Pug: “Non c’è nessuna variante urbanistica – spiega – Tutti i terreni sono anzi nella piena ed esclusiva disponibilità del Comune di Foggia e saranno utili per tornaconti economici, oltre che per attrarre investimenti”. Tutto il resto, è bugia. E più bugie fanno una sagra. Precisamente, sbotta in un attimo di aggrovigliamento d’amplomb, “la fiera delle falsità”.

I CONTI – 4.813.161,09 euro di debiti fuori bilancio riconosciuti nell’esercizio 2011. 1.986.454,19 per quel che riguarda i debiti da riconoscere. 19.272.461,07 i fondi da repuperare inseriti già nella manovra correttiva 2010-2012 (al 20 settembre 2011, la tesoreria presenta un livello d’anticipazione pari a 22.983.997,50 euro). Fondi che restano invariati e che Palazzo di Città, per conti, mano e testa del Dirigente dell’Ufficio Risorse economiche Carlo Dicesare, suddividerà in 6.262.766 e spicci per quel che rigurda l’esercisio 2011 e oltre 13 milioni per l’anno venturo. 250.099.804,80 gli euro alla voce “entrate” dopo la variazione di bilancio (oltre otto milioni in più rispetto alle previsioni inizali) e 243.837.037,84 alla voce “spese”. Con le alienazioni (7 i cespiti individuati: Area Edilambiente, in Via Ghandi, Via Santoro e Via Ilaria Alpi; Area di Via Natola e Via Bonante; l’area Aedilia di Via Marangelli; l’area di Via Smaldone; l’area di via Imperiale angolo Via Buozzi e, last but not least, in Via Loffredo, Rione Martucci), inoltre, il comune prevede un ulteriore recupero di 11.970.000 euro, che vanno ad aggiungersi ai 7 dell’incremento Tarsu.

La minoranza abbandona l'aula (St)
BENVENUTO: “IL PSI SEMPRE CON LEI. SE LO RICORDI” – Un grande progetto di rientro, quello allestito dal Comune. Che, in tutti i modi, deve fare i conti con le forche caudine della Corte dei Conti. E che, non va dimenticato, deve oltrepassara cneh il vaglio della politica. Contemporaneamente alle manovre amministrative, infatti, continua la ricerca empirica della cosiddetta fase due. Per il momento, però, il rilancio della giunta, come lo definisce, poeticamente, Leo De Santis (SeL) è un fatamorgana che si inceppa con l’estrema lucidità empirica dei settori socialisti. Ancora una volta, è da Angelo Benvenuto che partono i più tosti degli avvertimenti. Pizzini parlati da vecchia politica che stillano minacce implicite. “Sindaco, voglio ricordarle che il Partito Socialista è sempre stato al suo fianco anche nei momenti più difficili, quando tutto sembrava perso”. Questione di realpolik, la rivendicazione del proprio spazio. Anche perchè Benveuto e Piarullo sono gli unici che non dichiarano di non aspettarsi nulla dal rimpasto. Negli ultimi giorni si è fatta spazio l’ipotesi che il garofano sia fortemente interssato alla presidenza di Amica e che avrebbe sperticatamente avanzato il nome di Michele Limone. Chiaro che, da quell’orecchio, Benvenuto non sente. E, dunque, non conferma. Ma l’ipotesi è vertiera. tanto più che, così facendo, andrebbe a liberarsi un posto in seno al Governo del palazzo, con tanto di possibilità di mano libera per Mongelli.

PD – Perché è questa la soluzione paventata da buona parte dei rappresentanti consiliari. Ipotesi che, a dire il vero, scontenta – e non poco – i vertici dei partiti, uovamente ingolositi dal desiderio di cencellizzare Foggia. Ma c’è da reggere il gioco. Finache il capogruppo Pd, Paolo Terenzio, ci prova: “Il Pd non chiederà nulla, scelga le competenze migliori anche a livello internazionale se lo crede”, la sponda per l’Ingegnere. Che, tuttavia, cura di badare ben poco alle ammissioni pubbliche. Nel corso degli incontri bilaterali, infatti, tante sono state le cadidature, le proposte, le autocamdidature, le delegazioni. Ed anche il passaggio in cui Terenzio ricorda lo “scollamento con la città” somiglia pericolosamente al prodromo che ha portato Sergio Clemente a discutere, a inizio ottobre, della possibilità di ricomporre la frattura mettendo in piedi una giunta degli eletti. Ed è lo stesso Italo Pontone a spronare ad andare avanti così perché “non sarà il cambio di un assessore a determinare inversioni di rotta”.

DE VITO L’ANTICASTA: “LA POLITICA E LA TECNOSTRUTTURA SONO DA RIVEDERE” – Vede rosa anche Michele Sisbarra. Il consigliere indipendente, fuoriuscito dal Partito Democratico ed entrato nella schiera degli indipendenti, polemizza con l’opposizione che “in un momento delicato specula sulla crisi sociale”. Una scelta deleteria di chi “scherza con il fuoco”, non accorgendosi che “la legalità è messa sotto scacco da attegiamenti che vanno in senso opposto rispetto alla sana convivenza”. Ma è dalla sua maggioranza, dal suo sindaco, che il consigliere poeta chiede il cambio di marcia. “I cittadini ci chiedono di fare presto e di fare bene. E noi siamo tenuti a farlo”. Quindi, “l’azione di rilancio deve partire. E deve partire ora”. Sisbarra dice basta ai contrattempi ed alle dilazioni. Chiede di mettere da parte gli indugi e di ridiscutere il cronoprogramma del rilancio. Che, però, non è da attuarsi con questi uomini che “danno segnai di stanchezza”. Meglio, allora “personalità tecniche e competenti” che diano respiro all’amministrazione e “maggiore satbilità alla maggioranza”. Chi dice ancora di più è Francesco Paolo De Vito. Il consigliere dei Moderati e Popolari (anche lui in rotta di collisione con i democratici), che prende la parola per ultimo sculaccia la tecnostruttura e il Palazzo: “E’ inconcepibile chiedere alla cittadinanza il sangue mentre qui noi navighiamo nel lusso”. Ed elenca i colpevoli e le colpe: “Mettere in mobilità i dirigenti non meritevoli, punire quelli che sbagliano, rivedere i vertici disastrosi della Polizia Municipale, abolire i privilegi per i consiglieri e gli assessori, togliere auto blu ed autisti, ripensare le posizioni organizzative”.

Si vota tanto per formalità. Il bilancio passa con 22 favorevoli ed il solo redivivo Trecca a fare scudo. C’è giusto il tempo di un ultimo battibecco sul cilibertismo. E meno male che si stava costruendo il futuro.

p.ferrante@statoquotidiano.it
riproduzione riservata

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