Titolo originale: A Dangerous Method
Nazione: Francia, UK, Canada, Germania, Svizzera
Genere: drammatico, biografico
Anno: 2011
AGLI inizi del secolo scorso, parallelamente alle rivoluzioni scientifiche einsteniane, una altrettanto enorme scoperta si compiva su un campo fino ad allora inesplorato: l’uomo si ritrovava non più padrone assoluto di sé, delle sue azioni, ma preda inconsapevole di un limbo fatto di mostri e pulsioni inaccettate, di un oscuro abisso che porta dentro da sempre. Ad aprire questa spaventosa porta è Sigmund Freud e a proseguirla, con contributi molto personali e a volte stridenti con il padre fondatore, è Carl Gustav Jung. A Dangerous Method, adattamento di un lavoro teatrale ispirato al libro di John Kerr (Un metodo molto pericoloso) racconta per pennellate uno stralcio importante di quest’avventura, quando Freud era già nome noto e Jung compiva i primi passi. Con loro e tra di loro una paziente, ella stessa poi dottoressa e psicoanalista: Sabina Spielrein.
Lo stupore, tuttavia, non si ferma qui, e le perplessità più importanti sono altre.
A Dangerous Method ha la caratura di un’opera d’antan, non tanto per soggetto quanto per forma. La ricostruzione d’epoca, i costumi della sempre brava Denise Cronenberg, le eleganti composizioni musicali di Howard Shore, le calibrate interpretazioni degli attori, sono la firma di un lavoro meticoloso e raffinato cui mancava solo la scelta di un bianco e nero espressionista per collocarlo idealmente nel panorama dei classici.
Appropriate le assegnazioni dei ruoli, calzati a pennello: Viggo Mortensen-Freud è un personaggio nobile, aureo nella sua statura di pensatore, ortodosso per collocazione storica piuttosto che per rigidità, pragmatico e potente nei pensieri; Michael Fassbender-Jung è un giovane intelligente, umile, scettico nelle dosi dei grandi filosofi, pronto a cambiare e cambiarsi in nome della verifica impavida ed empirica dell’osservato; Keira Knightley-Spielrein è virtuosistica nel disegno dell’isterica, apparentemente fuori dalle righe, troppo composta, forse, nei momenti di lucidità; infine l’affascinante Vincent Cassel in un personaggio che appare un suo antenato per aderenza, Otto Gross: sensuale, ammaliante, intrigante, ribelle, nevroticamente equilibrato.
Il film di Cronenberg è, dunque, una danza d’epoca, un valzer d’attori, misurato come una partitura, finanche didattico storicamente, che racconta principalmente fatti, conditi saltuariamente da approfondimenti psicoanalitici, i quali, tuttavia, non si liberano mai dalle catene della cronaca. E’ un delizioso ritratto che non stanca, essenziale nei dialoghi, nei contenuti, quasi un’opera mozartiana.
Dal maestro di Videodrome, su un tema così ovviamente “suo”, in franchezza ci si aspettava una lettura personale, anche un tradimento storico, un discorso ai limiti del metacinematografico, potente la settima arte nel suo essere finanche un’alternativa al corso degli eventi per chi sa maneggiarla. A Dangerous Method è, invece, un film scolastico, una spanna sopra a qualunque altro lavoro di stampo descrittivo ma poco altro, e rammarica non veder sfruttate da un rivoluzionario come Cronenberg le tante occasioni che costellano il film, pieno di ghiotti bocconi fin troppo facili da cogliere ma lasciati lì, belli, decorativi, appena masticati. E sarebbe sciocco anche cercare di rintracciarvi ancora l’ossessione del genio canadese per la trasformazione, ridotta a canoni poco originali già nel grande A History of Violence, e annacquati in quell’esercizio quasi impersonale di Eastern Promises. L’unica trasformazione che l’appassionato sembra cogliere è quella dello stesso regista, il quale, forse nell’evitare di scimmiottare se stesso, pare tentare alternative finora poco felici seppur autorevoli.
Di personale resta il taglio, l’eleganza, l’asciuttezza e sobrietà delle immagini, dei dialoghi, di certe inquadrature, silenzi, bombe che esplodevano in opere originalissime ai limiti del capolavoro come nel dimenticato M. Butterfly, e che qui restano composte, moderate, represse. A Dangerous Method è questo, un film che è emblema e identità unica col soggetto, il suo carattere è esso stesso attestazione e racconto della rimozione delle pulsioni, un meccanismo di difesa alieno all’autore di Crash, ma che pare egli abbia assecondato coscientemente per la sua ultima fatica – per non credere che gli sia subentrato in tarda età.
Da vedere e da degustare.
Ma da Cronenberg cerchiamo altro.
Valutazione: 7/10
Spoiler: 2/10
AltreVisioni
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In Stato d’osservazione
Drive, N. Winding Refn (2011) – Cannes 2011, dall’autore di Valhalla Rising. Da vedere * 30set
This must be the place, P. Sorrentino (2011) – Cannes 2011: Sorrentino + Sean Penn * 14ott





