ManfredoniaMonte S. Angelo
Per le fanoie del 18 marzo i qudrer di San Giuseppe riuscivano ad accumulare quasi 4.000 quintali di legna

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La luminosità ed il calore della fanoia magicamente creavano un’atmosfera surreale intorno ad essa coinvolgendovi anche gli esseri umani

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Monte Sant’Angelo. Il Decreto Ministeriale Andreotti legiferò il cambiamento del 19 Marzo da giorno festivo a giorno non festivo e ciò comportò per Monte Sant’Angelo l’annullamento sia della festività di San Giuseppe e sia la relativa fiera del bestiame. Andreotti “declasso” San Giuseppe, mentre l’industrializzazione e l’elettronica hanno declassato la fanoia a mera manifestazione folklorica soppiantando la civiltà contadina che con i suoi valori etici e religiosi dava il giusto “patos” alla sua millenaria usanza. Prima dell’avvento del metano e del gas propano l’unico combustibile per cucinare era la legna al cui approviggionamento ogni nucleo familiare vi provvedeva prelevandola faticosamente da propri campi o dal sottobosco demaniale. “Quann la cimminere mena fum tann e bun sun” era il motto degli oltre 2.000 bambini, fanciulli (i quadrer di San Giuseppe), dai cinque ai quattordici anni di età, i veri promotori e artefici delle fanoie, che si prodigavano fin dai primi giorni di febbraio, nel racimolare legna sia onestamente che furtivamente.

Essi formando dei gruppi di varia entità si presentavano presso ogni casa o abitazione chiedendo con infantile innocenza, la legna per riscaldare San Giuseppe “u vicchiaridd”. Guai a chi dimenticava di fuori della propria abitazione oggetti e manufatti in legno – tin, strukadur, ped-rascir, cangiol, sedie e chiancarell – il tutto scompariva in un baleno per l’abilità furtiva d’li quadrer di San Giuseppe. I quadrer di San Giuseppe, onde fare delle fanoie il più grande possibile, minuziosamente scandigliavano per un raggio di oltre due chilometri, l’agro intorno a Monte raccogliendo alberi divelti, rami e sterpaglie di vario genere portandoli a spalla presso i centri e luoghi di raccolta.

Per le fanoie del 18 marzo i qudrer di San Giuseppe riuscivano ad accumulare quasi 4.000 quintali di legna e di legname di vario tipo. Perché tanta bolenzia e gioiosa passione verso una faticaccia, derivante dal chiedere, raccogliere, racimolare e trasbordare un’enorme quantità di legna, da parte d’ li quadrer di San Giuseppe. La fede e la passione della civiltà contadina spingevano emotivamente i quadrer alla raccolta di legna, considerandolo un dovere sacro in quanto la fanoia col suo tepore e calore doveva riscaldare San Giuseppe “u vecchiarill” considerato religiosamente come un loro nonno, molto anziano, malandato, freddoloso e reumatico e di conseguenza bisognoso delle dovute premure calorifere.

Il 18 marzo fin dal mattino i vari gruppi d’ li quadrer di San Giuseppe dai centri di raccolta portavano il legname presso i luoghi dove si dovevano approntare le fanoie. Al trasporto completo gli unici adulti che aiutavano i quadrer erano gli apprendisti “carunir” che creavano le fanoie a guisa di catuzz di forma conica in quanto dovevano essere compatte e non avere prese d’aria laterale ma solo alla base un modesto “cunicolo” per una combustione lenta e continua onde ricavare dalla legna il massimo in carbone. Li femmine a la fanoia e l’ummene a la cantina. Solo le donne e li quadrer si radunavano verso l’imbrunire del 18 marzo intorno alla fanoia, seduti su seggiole e “chiancaredd”, recitando il rosario e successive preghiere per la veglia di San Giuseppe mentre glia apprendisti “carunir” accendevano ad arte la fanoia. La durata delle preghiere e dei canti religiosi era in sintonia con la lenta combustione della fanoia. Per un lasso di tempo di oltre tre ore, allorquando la fanoia produceva abbastanza brace e calore cessava le preghiere ed il profano subentrava al sacro.

La luminosità ed il calore della fanoia magicamente creavano un’atmosfera surreale intorno ad essa coinvolgendovi anche gli esseri umani ed innescando nel loro animo gioia ed immensa euforia fino al punto di dimenticare tutte le preoccupazioni, guai sia personali che dei propri familiari. Le donne impossibilitate ad avere momenti distensivi sia fisicamente che psicologicamente a causa della “vitaccia” per la numerosa prole, per la preparazione di pasta e pane fatti in casa, per il continuo bucato per mezzo di tin e strucadur e per l’aiuto che dovevano all’attività dei mariti, finalmente potevano sfogarsi nell’atmosfera gioiosa della fanoia dando sfogo alle loro doti canore e dialoghi dal serio al faceto, intervallandoli alla degustazione di varie cibarie: bruschette condita con aglio – olio e sale, patate e cipolle sotto la cenere, formaggio olive, fichi secchi, sorbe essiccate, mandorle e noci e come bevande acqua da lu cicin e qualche bicchiere di vino; niente carne e suoi derivati per tassativo divieto quaresimale a cui le nostre antenate erano ligie.

I giovinastri girovagavano fra le varie fanoie partecipando sia ai canti e sia come invitati alla degustazione delle varie cibarie. Gli uomini invece ritenendo le fanoie roba di donne e di bambini, passavano la notta del 18 marzo fra amici nelle cantine bevendo allegramente abbondante vino e degustando pane e formaggio di “punta” e qualche pietanza dei cantinieri. Le donne e i quadrer sostavano presso le fanoie fino a quando non venivano sopraffatti dal sonno e dalla stanchezza. Le fanoie erano a tal punto numerose che antecedentemente all’illuminazione elettrica, il loro bagliore avvolgeva Monte come un’aurora boreale. Nella civiltà contadina vigeva l’economia fino all’osso e di conseguenza le fanoie oltre all’intento religioso, dovevano essere fonte di ricchezza producendo carbone e cenere. E ogni nucleo familiare in appositi recipienti prelevava dalla fanoia il dovuto quntitativo di carbone e cenere. Il cabone “stutet” per il braciere e la cenere per il bucato ed anche come anticrittogamico per gli ortaggio ed insetticida contro i pidocchi annidati fra i capelli umani. Secondo l’ortodossia cattolica la fanoia non aveva alcuna valenza religiosa, anzi era da condannare in quanto, producendo fuoco e fiamme, simbolo dell’Inferno. Per la Chiesa non era sacro il fuoco ma l’acqua in quanto purificatrice del corpo e dell’anima e di conseguenza la fanoia non è nata con l’avvento del Cristianesimo.

Per le religioni precristiane il fuoco era sacro in quanto apportatore di luce ed energia vitale utile all’operosità umana ed il sole ne era la sua massima espressione. Un millennio A.C. il fuoco era sacro sia per i seguaci di Zaratustra e sia per i popoli dell’Asia Minore e dell’Ellade ed essi per il suo culto edificavano dei templi. Il fuoco in quanto sacro doveva essere imperituro e per essere tale veniva assiduamente alimentato da abbondante legna che bruciava in crateri e tripodo in antico Attico erano denominate fanoie derivante da fanie che significa luminosità o ciò che è umana luce. Gli Elleni diffusero il culto del fuoco nella Magna Grecia – Italia Meridionale – dove la gente dei campi utilizzò le fanoie bruciandole per ingraziarsi Helios – Dio del Sole e Demetra – Dea dell’agricoltura.

Nei campi l’accensione delle fanoie avveniva il primo giorno dell’anno che per gli antichi iniziava il primo giorno di Primavera – 21 marzo in quanto la campagna risvegliandosi dal torpore invernale necessitava di luce e calore da parte del Sole che iniziava il suo viaggio sul carro di Helios. E le fanoie producevano luce e fuoco simboleggiavano Helios che illuminava e riscaldava Demetra onde fosse benevola verso una produzione agricola abbondante. Nelle comunità rurali della Magna Grecia l’usanza delle fanoie si era a tal punto radicata nei loro animi da divenire cultura e tradizione da tramandare. I Magnogrecisti anche quando da pagani divennero Cristiani non rinnegarono il rito delle fanoie avversato dalla dottrina Cristiana ed essi, onde avere la coscienza pulita, trasferirono il rito delle fanoie nelle ricorrenze cristiane, anche per far finire nel dimenticatoio le divinità dell’antecedente politeismo.

Questa operazione riuscì tanto bene che l’usanza delle fanoie è giunta fino al XX secolo D.C. ed ogni agglomerato urbano scelse la propria ricorrenza religiosa per la loro accensione. Le fanoie in alcune comunità urbane venivano e vengono accese il 17 gennaio o il 18 marzo o il venerdì santo o l’otto dicembre. Quando la realizzazione di una tradizione popolare viene propagandata e sovvenzionata da Enti Pubblici automaticamente essa diventa una mera manifestazione folklorica. Una tradizione popolare per conservare la sua essenza culturale ed emotiva, il suo autentico patos – deve essere realizzata anche economicamente direttamente dalla gente sia singolarmente che collettivamente. Attualmente a Monte la fanoia ha perso il suo significato, giusto o non giusto di veglia religiosa espletata all’aperto in devozione di San Giusepe. Quanto fin qui esposto in onore d’ li quadrer che si affannavano per la ricorrenza del 18 marzo.

(Zeus, Monte Sant’Angelo – marzo 2016)



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Commenti


  • jo da

    A Manfredonia resiste la tradizione della fanoia in un solo quartiere ; il 18 Marzo viene accesa sul piazzale sterrato di fronte al Liceo Scientifico , è enorme. Da ragazzino l’accendevamo nel crocevia tra via delle Cisterne e via San Lorenzo . La legna non mancava perché andavamo ad approvvigionarci ” a basc u purtus u moneuch ” a mare sulla battigia dove si trovavano barche dismesse in demolizione .

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