Cinema

Viva l’Italia – M. Bruno, 2012

Di:

Rocco Papaleo in Viva l'Italia (Ph: cinematografo.it)

ANNO dopo anno, con l’approssimarsi della stagione natalizia, la situazione del cinema italiano si delinea sempre più infame e manichea. Da una parte si assiste alle fugaci apparizioni di pellicole da tragedia greca, spesso interpretate da attori di grande spessore e da registi dalla elevata capacità autoriale, come il recente Tutti i santi giorni di Paolo Virzì con il notevole Luca Marinelli, che contano però gli spettatori in sala. Dall’altra si registrano, poi, gli anticipi di cine panettone come appunto Viva l’Italia.


La trama verte su una storia non particolarmente innovativa (vedi, ad esempio, Bugiardo Bugiardo con Jim Carrey): un politico corrotto, interpretato da Michele Placido, nel culmine della propria carriera e in prossimità delle elezioni viene colto da un colpo apoplettico che lo costringe a dire sempre la verità. Il tutto porterà a un libero esercizio di gratuito turpiloquio ma anche ad a un prevedibile avvicinamento verso i figli. Tra questi, Raoul Bova interpreta (si fa per dire) la parte di un medico idealista che cerca di salvare il reparto dove lavora che il primario vuole a tutti costi chiudere per dirottare così i pazienti nella sua clinica privata, mentre Alessandro Gassman, tra una moglie assatanata e un figlio che scrive rap contro di lui, cerca di conquistarsi il posto di dirigente in un’azienda che fornisce cibi scaduti alle mense. Posto non più blindato dal padre politico dopo la sua “malattia mentale”. A completare il quadro c’è la figlia aspirante attrice con difetto nella pronuncia (Ambra Angiolini), “silurata” da tutte le parti una volta che il potere del padre viene meno.


Locandina (st)

Per tutta la prima parte del film si assiste a tutti i luoghi comuni della commedia becera (ma molto remunerativa al botteghino) stile Vanzina. Battute scontate e molto volgari, spessore psicologico tagliato con l’accetta, interpretazioni che gridano vendetta, specie quella di Ambra Angiolini, ma anche Gassman figlio fa rimpiangere in ogni inquadatura il Gassman padre.


Nel secondo tempo il regista Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare) cerca di conferire un minimo di dignità alla pellicola inserendo un pò di temi sociali attuali: la difficoltà dei giovani nel trovare lavoro, la drammatica situazione della sanità pubblica, il difficile rapporto tra padri e figli, l’ipocrisia della politica italiana che difende la famiglia in pubblico e va a prostitute nel privato, etc. A onor del vero qualche sequenza risulta anche ben riuscita: la drammatica tappa nella desolazione de L’Aquila, gli scontri tra ragazzi e polizia che sembrano girati qualche giorno fa, il politico interpretato da Placido che si appoggia sul muro dove si proietta il filmino della sua famiglia.


Peccato che il tutto sia rovinato da squallidi dialoghi e situazioni che sembrano estrapolate dalle commediacce stile Thomas Millian. Tipico esempio sono quelle in cui compare il personaggio dell’impresario, interpretato da Rocco Papaleo, con battutacce e luoghi comuni sull’omosessualità che sembravano essere abbandonati almeno da un decennio, per decenza, da tutto il cinema italiano di genere.


Il giudizio finale è quello di una commedia furba, che, in effetti, ha già superato già i 5 mln di euro d’incasso e che fuori dalla sala ti lascia il tipico sapore di un cine panettone con qualche candito in più.

(A cura di Agostino Del Vecchio – a.delvecchio@statoquotidiano.it)



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