L’incidenza dei giocatori patologici sulla popolazione generale varia dall’1% al 3%. I maschi giocano più delle femmine, ma il rapporto tra i sessi nei giocatori si è assottigliato rapidamente passando da un rapporto M/F 9:1 a 3:1; Inoltre nelle femmine, che cominciano di solito a giocare da più adulte, il passaggio alla dipendenza conclamata è più veloce che nei maschi. Tra i ragazzi il tasso di dipendenza sale addirittura al 5-6% rispetto alla popolazione generale.
Ma quando possiamo parlare di vera e propria ludopatia, quando, cioè, il gioco non è più uno svago? Quando il tempo, le risorse economiche, le energie mentali al servizio “della scommessa preferita” diventano sempre crescenti, e impellenti; quando insorgono nervosismo, ansia, irritabilità se si tenta di smettere; quando si perde il controllo e si pensa di poter smettere, ma questo, di fatto, non è più nelle nostre possibilità. Quando, in definitiva, si perde la propria libertà personale e il gioco diventa “qualcosa di più forte di noi stessi”, un’impellente e imprescindibile necessità.
Il comportamento di un giocatore compulsivo può compromettere seriamente le proprie relazioni personali, matrimoniali, familiari e lavorative, oltre che le proprie finanze.
Si comincia a giocare perché lo fanno in molti, amici e conoscenti; per mettersi alla prova, sfidare se stessi e le proprie abilità; oppure anche per superare vissuti di ansia, tristezza e sconforto interiore. O, semplicemente, per inseguire “il sogno magico che ti cambia la vita”. Ma cosa si può fare quando ci si accorge di aver oltrepassato il limite, cioè di aver perso il controllo di se stessi rispetto al gioco? Ci si rivolge al proprio medico di famiglia, riconoscendo, così, a se stessi, innanzitutto, di avere un “problema” e al SerT, il Servizio per le Dipendenze Patologiche di zona. Solitamente vengono proposti interventi di counseling e sostegno psicologico, educativo e sociale, tanto ai giocatori quanto ai loro familiari.
Il bel “sogno magico della fortuna incantatrice” può trasformarsi in una prigione molto reale e costrittiva, e non mi sembra, in verità, che questo sia mai sottolineato abbastanza a livello pubblico. Anzi. La possibilità di giocare è offerta ovunque e ampiamente incoraggiata. In questo senso, i messaggi paradossali e contraddittori di pubblicità e offerta di schedine di tutti i tipi (ma “gioca responsabilmente”..), non educano in modo corretto.
Cosa fare allora? Rinunciare “in toto” a giocare? No. Basta diventare competenti e maturi nei propri comportamenti ludici: tenendo sotto controllo puntate e portafogli, fissando, ad esempio, un budget, ragionevole e sensato, settimanale senza “sforarlo” mai; evitando così di farsi trascinare da vittorie e perdite momentanee che inciterebbero a ulteriori e crescenti puntate, di accumulo o recupero. Il principio è che siamo noi a tenere il controllo sul gioco oppure sarà il gioco stesso a tenerci al laccio. Sul “sogno magico”. Al di là del fatto che i dati statistici implacabilmente remano contro il concreto realizzarsi di decine di milioni di morbidi sogni milionari, sognare è benefico per la nostra psiche, ma solo il principio di realtà della maturità personale applicata alla scommessa è davvero vincente per il giocatore che non si pieghi a logiche più grandi d’invito all’azzardo, ma sappia usufruirne in modo competente e, comunque, mai passivo.
Focus. Giochi d’azzardo, donne piu “drogate” degli uomini. Qui Manfredonia – Focus, a cura di Maria Pia Telera
[A cura della dottoressa Vittoria Gentile]



