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Far East: brividi d’autore – Three

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Three... Extremes - Locandina

Three... Extremes - Locandina

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere indicato, a fine articolo, un livello della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione.

PERMEATE di cultura fantastica e del terrore per tradizione, le Regioni dell’Est, dall’Asia al Giappone, hanno ormai da tempo invaso anche gli scaffali delle videoteche nostrane oltre che l’immaginario, sin da quando, complice il Ringu di Nakata, la distribuzione occidentale ha deciso di puntare sul nuovo horror dall’Oriente e le major su remake che ne potabilizzassero la fruizione. Come per ogni moda, dopo una cauta partenza fondata sull’accurata (o almeno furba) selezione a monte dei prodotti “esca” da importare, a miccia innescata il filtro allargava le maglie e riempiva le sale di opere non solo imperdibili. L’invasione ad ampio spettro mostrò da un lato la prevedibile (in quanto statistica) incostanza qualitativa del filone – con buona pace di tanta cinefilia snob pronta, poco prima, ad osannarne qualunque straccio di pellicola recuperato con sottotitoli -, dall’altro la tendenziale monotematicità dei soggetti di molta produzione della categoria (fantasmi e bambine con lunghi capelli sul volto in primis) – immagine, questa, tuttavia non del tutto affidabile giacché essa stessa condizionata da una distribuzione che favorisce l’importazione di cliché già consolidati.
A fronte del succitato mare magnum che poco lascia alla sorpresa, sono ben altre le oasi, non sempre aiutate dalla diffusione, che attestano una creatività e autorialità degne di nota per la produzione cinematografica del terrore orientale. Un significativo assaggio fu l’Old Boy di Park Chan-wook – del quale, tuttavia, la distribuzione ha dimenticato il fascinosissimo Thirst sul filone vampiresco – ma anche alcuni lavori estremi del discusso Miike, molti recuperati dal doppiaggio in home-video solo dopo la rivalutazione del cinema in oggetto.

Non è unicamente sulla lunga metratura che l’Est comprova necessità d’attenzione per il cinema di spavento. A far da contraltare, idealmente e non per scopi, alla produzione televisiva americana di Mick Garris con le due serie dei Masters of Horror e a quella spagnola delle Películas para no dormir, Honk Kong, Thailandia, Sud Corea e Giappone già calcavano il sentiero degli episodi d’autore con due film, Three (2002) e Three… Extremes (2004), il primo riscoperto in America solo dopo il successo del secondo, presentato alla 61a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione Mezzanotte – Three, negli States, è stato distribuito come seguito, nonostante l’ordine, col titolo di Three Extremes II.

Three - Locandina

Three - Locandina

Three incorpora tre racconti del fantastico tipici della cultura delle Terre d’origine.
Il primo, Memories, a firma Kim Ji-woon (Sud Corea, da noi noto solo per A Tale of Two Sisters), è un viaggio nella memoria da parte di un uomo che tenta disperatamente di ricordare l’accaduto il giorno in cui la moglie scomparve, e da parte della stessa consorte, che si risveglia sull’asfalto.
Dotato del fascino tipico del flusso di coscienza, l’episodio è una pennellata di immagini e flash evocativi che abbandona la strada della narrazione classica a favore di una più astratta in linea col soggetto. Non del tutto convincente per confusione, resta comunque una buona prova sul tema.
La seconda novella, The Wheel di Nonzee Nimibutr (Thailandia), punta sulla tradizione tout-court per narrare di una maledizione legata a burattini e proprietari.
Potenzialmente il più apprezzabile per classicità, si perde in una struttura caotica e priva di tensione, lasciando vivo non molto più che il soggetto e perdendo l’occasione di gestire a dovere una traccia dai risvolti inquietanti.
L’ultimo episodio, Going Home di Peter Chan (Honk Kong), racconta, invece, dell’inquietante storia di un uomo che assiste la moglie paralitica, e delle casuali indagini di un poliziotto suo vicino.
Senza dubbio il più riuscito, questa terza novella riesce a piantare sapientemente il tema dell’aldilà caro agli orientali sui binari narrativi della mistery story, del thriller e dell’horror, conservando la sua natura delicata e morbosamente romantica. Finale con colpo di scena.
Going Home, nel contribuire a risollevare le sorti di un film dalle buone intenzioni ma non del tutto riuscito, pare anticipare la qualità del capitolo del 2004, tradendo la tradizione che vuole i seguiti in caduta libera rispetto ai predecessori.

Three... Extremes - Locandina

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Three… Extremes non lascia dubbi, sia durante che a fine visione, sulla stoffa dell’abito: tre episodi più estremi per contenuti, come il titolo stesso avvisa, ma consegnati anche in mani registiche più autorevoli e cariche di mestiere.
Il primo episodio, Dumplings di Fruit Chan (Honk Kong), racconta l’agghiacciante storia di un’attrice alla ricerca di una soluzione per conservare la giovinezza. Incontrerà una donna che gliela prometterà grazie ad una pietanza dai misteriosi ingredienti.
Fascinoso per storia quanto per fotografia e interpretazioni, è una novella che combina macabro con eleganza assurgendo a statuto di classico del fantastico senza deviare verso autocompiacimenti. Non per tutti gli stomaci.
Il secondo episodio, Cut (Sud Corea), viene messo nelle mani di Park Chan-wook (Vengeance Trilogy, Thirst), che ne fa un omaggio hitchcockiano. Un regista e sua moglie vengono sequestrati da un sadico che detta le regole di un gioco crudele.
Non privo di efferatezze, Cut contiene anche sarcasmo e quell’umorismo tipico della cultura d’origine, per il nostro palato a tratti stridente (si veda il balletto) ma solo per mancata abitudine. Atroce e furbetto, l’episodio cattura e convince fino in fondo.
L’ultimo contributo viene lasciato a Takashi Miike con Box (Giappone): una romanziera dalla vita isolata ha continui incubi in cui si vede rinchiusa in una scatola nella neve.
Box è l’episodio più poetico, visionario e al contempo il più innocuo sul fronte terrifico, imprevedibilmente diretto da chi, invece, ha guadagnato fama mondiale per i suoi eccessi gore (Audition, Ichi the Killer) e sarebbe stato più vicino per tema al Dumplings di Fruit Chan. Delicato e ricco di suggestioni, questo pezzo di fantastico orientale, pur avendo i chiari connotati autoriali, non riesce a uscire dal suo essere un buon quadro, mancandogli probabilmente una forza narrativa che l’avrebbe reso memorabile. Finale inquietante.

Entrambe le pellicole sono recuperabili con doppiaggio italiano.

Memories: 5.5/10
The Wheel: 5/10
Going home: 7/10
Dumplings: 7.5/10
Cut: 7.5/10
Box: 7/10

AltreVisioni

The Road to Guantanamo, M. Winterbottom (2006) – curata docu-fiction di denuncia carente di mordente * 7
Godsend, N. Hamm (2004) – stupido e noioso thriller senza originalità. Un sasso nell’acqua * 2
Punto Zero, R. C. Sarafian (1971) – road movie che racconta un’epoca. Immagini superiori alla storia * 7

In Stato d’osservazione

Terraferma, E. Crialese (2011) – in concorso a Venezia 2011, dall’autore di Nuovomondo * 7set
Contagion, S. Soderbergh (2011) – curiosità per il thriller d’autore fuori concorso a Venezia 2011 * 9set
Super 8, J. J. Abrams (2011) – grande attesa per l’ultimo lavoro di Abrams. Novità per il fantastico? * 9set
Carnage, R. Polanski (2011) – colpo sicuro per il regista di Rosmary’s Baby * 16set
L’ora nera, C. Gorak (2011) – fantascienza aliena. Incognita * 16set

Far East: brividi d’autore – Three ultima modifica: 2011-09-11T09:19:50+00:00 da Alessandro Cellamare



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