Teresa Potenza si è raccontata a Francesca Fagnani nella puntata di “Belve Crime” in onda su Rai 2, che vede tra gli ospiti anche Raffaele Sollecito. Considerata la prima donna ad aver rotto il silenzio sulla mafia foggiana, Potenza è diventata testimone di giustizia dopo aver vissuto per anni accanto al boss di Cerignola Giuseppe Mastrangelo, condannato a tre ergastoli per quattro omicidi anche grazie alle sue dichiarazioni.
Nel corso dell’intervista, Potenza ha ripercorso una lunga serie di violenze, torture e umiliazioni subite durante la relazione con il boss. Tra i passaggi più drammatici il racconto di un episodio:
“Una sera mi portò in aperta campagna, mi mise la pistola in bocca poi in testa, mi prese per i capelli, mi urinò in faccia e mi disse: tu che vuoi scappare da me meriti questo”.
La donna ha ricostruito anche il contesto criminale in cui viveva, segnato dalla brutalità della guerra tra clan a Cerignola. Mastrangelo, secondo il suo racconto, le avrebbe confessato uno dei delitti simbolo di quella stagione mafiosa, il triplice omicidio di tre giovani uccisi e fatti sparire perché ritenuti vicini a un gruppo rivale:
“Sono stato io ad ammazzare quei tre ragazzi”, avrebbe dichiarato il boss. Potenza ricorda ancora oggi quelle parole: “Diceva: loro piangevano, gridavano come conigli. Uno ha visto morire l’altro”.
Le sue testimonianze sono risultate decisive nell’ambito dell’operazione Cartagine, la maxi inchiesta che ha colpito duramente la mafia cerignolana. “Sono una vittima mancata di lupara bianca”, ha raccontato, spiegando di aver temuto più volte per la propria vita.
Tra i passaggi più duri, anche il ricordo di un’altra aggressione: “Una sera Mastrangelo mi mise la pistola in bocca, poi alla testa. Lui era molto esaltato, fatto di cocaina, era fuori di sé. Diceva: io sono Dio, io decido chi vive e chi muore qui. Io ho insegnato come si ammazzano le persone, io ho insegnato come si seppelliscono le persone”.
Potenza ha infine spiegato il momento della rottura con quel mondo, avvenuto dopo un periodo di sequestro e mentre era incinta del figlio del boss. La decisione di collaborare con la giustizia, ha concluso, nasce dalla volontà di proteggere il bambino e spezzare il silenzio: “L’ho fatto per dare la possibilità a mio figlio di crescere libero”.
Lo riporta today.it.



