Mentre qui si discute di pochi richiedenti asilo, dei neri invasori, di immigrati da cacciare, a Venezia avviene una rivoluzione.
Non parlo del padiglione russo o delle vicende culturali interne alla destra, ma della presenza, per la prima volta, di molti paesi africani (Somalia, Marocco, Qatar…). La Biennale è organizzata su due pilastri: i padiglioni nazionali e la mostra di artisti su un percorso indicato dalla curatrice, Koyo Kouof (nominata nel 2024), la prima volta di una donna africana. Il tema scelto: “in Minor Keys”( in tono minore). Koyo è morta un anno fa, ma il presidente Buttafuoco ha ritenuto opportuno non sostituirla, perché aveva già definito il programma, con il sostegno di un team che avrebbe continuato il percorso da lei indicato. “In Minor Keys”: il sussurro dell’arte nel fragore di conflitti e guerre. Un’arte, che, senza toni reboanti, privilegia i percorsi collegiali, la cooperazione, le relazioni, la rigenerazione. Un’arte che si fa contagiare dallo “incantamento”, la fecondità, la cura, la guarigione dai lutti. Gli artisti africani si rifanno a materiali e procedimenti antichi, a tecniche lontane, cercano sul campo e valorizzano artigiani, ricamatrici… L’etiope Tegen Kunbi (Addis Abeba) fa entrare nel campo pittorico tessuti lavorati dalla madre accanto a quelli ritrovati nei mercati africani. Un’arte che ci fa scoprire il legame con la tradizione, con l’artigianato, il rapporto tra le varie generazioni.
Quest’anno ricorrono i 90 anni dalla proclamazione dell’Impero. Nel 1936 l’annuncio dell’ingresso delle truppe italiane ad Addis Abeba. Una guerra atroce, l’Italia usò gas tossici e bombe all’iprite, però diceva di agire per abolire la schiavitù e per una missione civilizzatrice. L’impero coloniale italiano durò solo 5 anni. Tutto perduto nel 1941 con la battaglia dura e violenta di Cheren. In tale breve periodo si costruirono strade e ferrovie. Opere di ardita ingegneria per collegare gli altipiani centrali (Addis Abeba è a 2.300 di altezza) verso il mare. Nei territori dell’Impero si sperimentarono le politiche fasciste sulla razza: apartheid assoluta sui mezzi di trasporto, nei locali pubblici, scuole per bianchi e per neri…. nessuna tolleranza per matrimoni misti, meticciati,
La partecipazione dell’Abissinia alla Biennale mi ha interessato e commosso. A Cheren morì un mio zio (Paolo Cascavilla), sottotenente, comandava un battaglione di Ascari, colpito da una granata inglese. Le ceneri vennero riportate a S. Giovanni Rotondo negli anni cinquanta. In Abissinia ha lavorato mio padre nella costruzione delle strade. A S. Giovanni Rotondo era chiamato “Nicola l’abissino”. Nella mia infanzia (e dei nipoti) c’erano i racconti africani e soprattutto, “Faccetta nera, bella abissina”, che mio padre cantava.
La canzone più popolare, sorta sull’onda emotiva di quella guerra e delle motivazioni diffuse di liberazione dalla schiavitù di un popolo. “Faccetta nera, bella abissina / aspetta e spera / che già l’ora si avvicina/ Quando saremo vicino a te / noi ti daremo /un’altra legge e un altro re. / La legge è schiavitù d’amore/ ma è libertà di vita e di pensieri”. Una canzone lontana della politica di segregazione etnica. La piccola abissina “moretta, schiava tra le schiave… sarai liberata… sarai romana..“. Un messaggio inclusivo, un linguaggio paternalista, ma non razzista. Era odiata e rifiutata da Mussolini che cercò di bloccarla, proibirla, non ci riuscì.
Ora per un singolare gioco dei destini, in Etiopia, ad Addis Abeba, vive e opera mio figlio Lucio. E’ ripartito qualche giorno fa, dopo un breve tour di promozione della sua nuova Graphic Novel, L’algoritmo della farfalla. E’ stato a Venezia per incontrare degli amici etiopi e prima di partire ha tenuto la presentazione anche a Foggia. Si è parlato di Cpr (centri permanenza rimpatrio), diritti, sviluppo africano, e, a margine dell’incontro, una operatrice sociale ha accennato alla partecipazione del nonno e altri foggiani al sogno coloniale. In Africa si trasferirono centinaia di migliaia di italiani. Per molti era la nuova frontiera, un nuovo mondo. Tante famiglie meridionali cercarono di mettere radici, molte costrette a tornate a fine guerra. Ricordo che a Mogadiscio si trasferì Gerardo Rubino, e lì, nel 1938, è nato il pianista e maestro Gino Rubino. A fine guerra il ritorno a Manfredonia. Pochi parlarono di quella esperienza. Erano fascisti e avevano perso la guerra! Ma non c’entravano nulla con stragi e crimini, erano partiti per un futuro migliore.
A cura di Paolo Cascavilla su futuriparalleli.it.



