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SAN MARCO IN LAMIS Il pellegrinaggio della ‘Compagnia di San Marco in Lamis’

Il giorno 18 Maggio 2026, nel pomeriggio tardo, è giunta a Monte Sant’Angelo la Compagnia di San Marco in Lamis

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
19 Maggio 2026
Gargano // Manfredonia //

Il giorno 18 Maggio 2026, nel pomeriggio tardo, è giunta a Monte Sant’Angelo la Compagnia di San Marco in Lamis. Partita la mattina presto, essa ha camminato durante tutto il giorno, dall’alba fino alle 18 di sera, portando vari stendardi e insegne in onore dell’Arcangelo Michele. Un percorso che avviene ormai da diversi anni, tanto che possiamo dire che tale usanza è uno dei fenomeni religiosi più antichi della Montagna Sacra.

Un fenomeno di grande rinomanza spirituale tanto da richiamare l’attenzione non solo di tanti fedeli ma soprattutto delle istituzioni locali, in primis il Sindaco di San Marco in Lamis e il Sindaco di Monte Sant’Angelo, Pierpaolo d’Arienzo, che insieme ad alcuni membri della Giunta comunale hanno condiviso il percorso dalla mattina alla sera insieme alla Compagnia di San Marco in Lamis fino a Monte Sant’Angelo. In questo senso il pellegrinaggio della Compagnia di San Marco in Lamis avviene all’insegna del riconoscimento ufficiale delle Istituzioni non sono solo civili, ma anche religiose. Infatti ad accogliere la Compagnia a Monte Sant’Angelo vi era anche Padre Ladislao Rettore del Santuario di San Michele.

Un fenomeno che si ricollega alla grande tradizione del pellegrinaggio religioso legato in special modo al culto micaelico, ma soprattutto al fenomeno della religiosità popolare. Del resto sappiamo che già nel Medioevo “il pellegrinaggio si poneva come simbolo viatorio della concezione della vita, come itinerario dell’uomo verso Dio”. Con l’età moderna il pellegrinaggio acquistò nuove dimensioni storiche. Se nel mondo medievale il pellegrinaggio era ancora orientato ad una sorta di acquisizione del territorio alla sacralità, per cui esso era fortemente proiettato verso l’esteriorità, con l’ansia di attingere mete concrete nel mondo, in età moderna prevalse, per contro, il pellegrinaggio come fuga momentanea dal mondo, attraverso il compimento di un viaggio che si traduceva in itinerario nella propria “interiorità”.

E il Gargano, con il santuario di S. Michele Arcangelo, è stato, sempre in ogni periodo storico, dalla nascita del culto di San Michele avvenuto nel V secolo d. C., al centro della spiritualità cristiana, una delle tappe obbligate del pellegrinaggio cristiano. Lungo le sue vie si sono riversate migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Asse portante di due mondi, quello occidentale e quello orientale, il Santuario garganico ha rappresentato, nel processo di cristianizzazione, un punto focale, un traguardo ambito di predominio e di civilizzazione. Affermava il Tancredi nella seconda metà del secolo scorso: “Nel mese di maggio la città sacra dell’Arcangelo assume un nuovo caratteristico aspetto per la venuta di migliaia di pellegrini che giungono in gruppi pittoreschi, in drappelli numerosi, in compagnie interminabili da tutte le regioni meridionali.

Chi vuol avere la sensazione della vera fede, venga quassù ed osservi le strade carrozzabili, gli impervi sentieri, le coste dei monti dove giovani e vecchi, uomini e donne con grossi involti sul capo, con le scarpe e le uose in mano, sgranando il rosario, salgono in lunghe file serpeggianti, oppure dispersi per le diverse scorciatoie come branchi di pecore pascenti, cantando interminabili litanie” (Tancredi, 1938, p. 33). Oggi questa tradizione si rinnova attraverso il “cammino” delle varie compagnie che periodicamente, da maggio a settembre, si dirigono verso il sacro monte, per venerare l’Arcangelo Michele: compagnie di fede e di devozione, provenienti dalle varie regioni d’Italia, tutte con la loro particolare ritualità.

Il pellegrinaggio della Compagnia di San Marco in Lamis al Santuario di San Michele generalmente avviene il primo lunedì dopo l’8 maggio. Esso si snoda tutto a piedi da San Marco a Monte. La partenza avviene all’alba e dopo aver sentito la messa, la compagnia riceve la benedizione con l’olio santo presso il convento di S. Matteo e poi si avvia verso il Santuario di San Michele. La prima sosta avviene a San Giovanni Rotondo, nel cui Duomo si assiste alla S. Messa. Una sosta avviene nel cimitero del paese per una preghiera ai defunti, poi pranzo a Campolato, una sosta nella valle di Carbonara e di qui inizia la salita del monte. Alcuni a piedi nudi, altri caricandosi delle pietre sulle spalle.

Quest’ultimo è l’antico rito del perdono o della penitenza. La pietra sostituisce simbolicamente le grandi pietre che i penitenti solevano porsi sulle spalle per espiazione durante la salita a Monte Sant’Angelo. Una volta giunti alla sommità, ciascuno getta dietro di sè la pietra e con essa i propri peccati e prosegue purificato alla volta della grotta dell’Arcangelo. All’arrivo, le campane della Basilica suonano a distesa per annunziare il sopraggiungere della compagnia. La discesa alla grotta si svolge cantando inni popolari in onore di S. Michele. Dopo la visita all’Arcangelo, ciascuno cerca una sistemazione per la notte. Il secondo giorno è tutto dedicato alla pratiche devozionali. Si scende nella grotta per la confessione e la comunione e si recitano preghiere; il pomeriggio ancora preghiere e la recita della Corona Angelica. Il terzo giorno, infine, si prende la strada del ritorno.

Il pellegrinaggio della Compagnia di San Marco è l’immagine stessa del viaggio, con tutti i valori simbolici di cui esso si carica, visto come momento di rischio, espressione di trauma fisico e psicologico del distacco dalle cose e dalle persone conosciute e familiari. Afferma a tale proposito G. B. Bronzini: “La divisione in tappe, la fatica del viaggio, la scelta dei sentieri più angusti, il cammino penitenziale e la sosta, in cui continua il tempo devozionale, e perciò si canta, si mangia e si danza (che sono azioni sacre in sè, per cui non importa che i contenuti dei canti siano talvolta profani e degenerati), tutto ciò fa del pellegrinaggio un viaggio sofferto, compiuto come ripetizione di modelli mitici e però vissuto in tutta la sua reale dimensione terrena” (Bronzini, 1979, p. 150). E tutto ciò è avvenuto ancora oggi quale rituale che ormai si perpetua da millenni attraverso l’ascesa della Montagna Sacra in cerca del Divino e del suo custode San Michele Arcangelo.

A cura di Giuseppe Piemontese.

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